L'infinita disputa sullo yuan

La disputa sulla rivalutazione dello yuan sta raggiungendo il calor bianco. E alcuni segni dicono che il governo cinese potrebbe preparare il terreno a un prossimo apprezzamento, anche se probabilmente si tratterà solo di un ossicino lanciato a quanti chiedono a gran voce di procedere sulla strada di uno yuan più forte. La semplice verità è che lo yuan già da tempo si è incamminato su questa strada e fra tutti i paesi con forte e strutturale surplus della bilancia corrente la Cina è quello che ha registrato il più forte apprezzamento del cambio effettivo reale (vedi Il Sole-24 Ore dell'8 aprile). C'è poi un altro interessante risvolto di questo apprezzamento dello yuan. Di solito l'andamento del cambio effettivo reale (cioè corretto per i differenziali di inflazione) viene calcolato rispetto alla generalità dei partner commerciali (l'indice della Bri ne considera una cinquantina). Ma è possibile anche calcolare il cambio effettivo rispetto a un sottoinsieme dei partner. È quello che ha fatto uno studio della "Kong Kong Monetary Authority" (l'ultimo Half-Yearly Monetary and Financial Stability Report del marzo 2010), che è andato a controllare il cambio effettivo dello yuan rispetto ai paesi più strettamente concorrenti della Cina, in massima parte i paesi del Sud-est asiatico a bassi costi del lavoro. I risultati, sintetizzati nel grafico, sono significativi. Lo yuan negli ultimi anni si è apprezzato modestamente rispetto alla generalità dei paesi partner, ma si è apprezzato molto di più rispetto ai paesi in via di sviluppo (Pvs).
Questo andamento, di per sé positivo, corrisponde alle tendenze strutturali che vedono i produttori del sub-continente cinese arrampicarsi lungo la scala del valore aggiunto, lasciando spazio ai paesi più poveri nei gradini bassi. E tolgono anche valore alle lamentele Usa. Se lo yuan fosse più forte l'America importerebbe comunque quei prodotti: dal Vietnam, per esempio, se non più dalla Cina.
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10/04/2010