L'import cinese in picchiata

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La paralisi dei consumi globali assesta un duro colpo al made in China. A gennaio, le esportazioni del Dragone sono ammontate a 90 miliardi di dollari, con una flessione del 17,5% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Per le vendite cinesi all'estero si tratta della peggiore performance degli ultimi dieci anni. Una performance che va ben oltre le previsioni più pessimistiche degli analisti, che si attendevano una contrazione dell'export del 12-14 per cento. Probabilmente, il dato risente anche di alcuni fattori stagionali. Primo fra tutti, il Capodanno lunare che nel 2009 è caduto a fine gennaio, mentre nel 2008 cadde a febbraio: secondo alcuni analisti, questo sfasamento temporale della festività che tradizionalmente blocca per almeno un paio di settimane l'attività economica dell'intero paese avrebbe amplificato il calo anno su anno delle esportazioni.
Ma al di là delle considerazioni tecniche, un fatto è certo: il made in China non tira più come un tempo. Tessile, abbigliamento, mobili, giocattoli, elettronica: la gelata dei consumi mondiali ha colpito senza eccezioni tutti i settori dell'industria manifatturiera cinese. Il risultato è che le aziende chiudono i battenti e milioni di persone perdono il posto di lavoro.
Ma il brusco rallentamento della locomotiva cinese non è un problema solo per chi governa a Pechino. È un problema anche per il resto del mondo che vede restringersi gli spazi di penetrazione su uno dei mercati più promettenti del pianeta. Prova ne sia che nel primo scorcio del 2009, le importazioni del Dragone hanno fatto molto peggio dell'export. A gennaio, la Cina ha acquistato oltremare merci per 51 miliardi di dollari, il 43% in meno rispetto a un anno fa. Il Paese ha comprato meno energia e materie prime ma ha comprato anche meno semilavorati e beni strumentali. A causa della frenata delle importazioni, a gennaio il surplus commerciale è rimasto comunque in alta quota, attestandosi a 39 miliardi di dollari.
L'andamento disastroso del commercio estero cinese a gennaio dimostra che il gigante asiatico - contrariamente a quanto speravano in molti - non è ancora in grado di camminare sulle proprie gambe: senza la domanda estera, la macchina industriale perde colpi perché i consumi e gli investimenti domestici non sono sufficienti a sostenere la crescita economica.
Il Governo spera che il piano di stimolo alla congiuntura da 600 miliardi di dollari varato in novembre inizi a fare effetto. Resta da vedere quali saranno i benefici indotti da questa massiccia iniezione di risorse pubbliche. Qualche scettico, infatti, è convinto che senza una ripresa dei consumi mondiali il Dragone da solo farà molta fatica a risollevarsi.
lucavin@attglobal.net

12/02/2009