L'export cinese riparte e spinge le materie prime

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
«La Cina eclissa la Germania e diventa il primo esportatore del mondo», titolavano ieri in prima pagina i quotidiani cinesi. In realtà la vera notizia è un'altra: dopo 13 mesi in caduta libera, le esportazioni hanno finalmente ripreso a crescere.
A dicembre, le vendite di made in China sui mercati esteri sono ammontate a 131 miliardi di dollari, il 18% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Vista la ripresina registrata di recente dalla domanda internazionale, gli economisti erano sicuri che alla fine del 2009 l'export cinese avrebbe suonato la riscossa. Ma nessuno si attendeva una performance di queste proporzioni. E anche il fatto che la base di confronto sia molto bassa (a dicembre 2008, a causa della gelata dei consumi globali, il commercio estero cinese raggiunse uno dei livelli più bassi della sua storia recente), come qualche analista ha fatto notare, non conta granché.
Ciò che conta davvero è la nuova tendenza segnalata dai dati di dicembre. Dopo oltre un anno di sonno profondo, le esportazioni cinesi hanno ricominciato a correre. E questo è ciò che Pechino attendeva con inquietudine da mesi. Nonostante i tanti discorsi fatti dopo la grande crisi finanziaria sulla necessità di cambiare il proprio modello di sviluppo a favore dei consumi interni, la Cina continua a fare i conti con la dipendenza della propria economia dalle esportazioni.
E anche il record delle vendite di quattroruote stabilito nel 2009 (13,6 milioni di pezzi, pari a un aumento del 45% sull'anno precedente) con il quale la Cina è diventata il primo mercato automobilistico del mondo non cambia i termini della questione: serviranno ancora anni, forse generazioni, prima che i consumi interni diventino una componente trainante dell'economia cinese.
Se negli ultimi 15 mesi il prodotto interno lordo è continuato a lievitare a tassi robusti (secondo le stime, la crescita 2009 dovrebbe attestarsi intorno all'8%), è tutto per merito degli investimenti pubblici. Il maxipiano di stimolo all'economia da 600 miliardi di dollari varato dal Governo nell'autunno 2008 per contrastare la crisi, infatti, è riuscito a bilanciare egregiamente il vuoto lasciato dal commercio estero. La politica monetaria espansiva perseguita parallelamente dalla People's Bank of China ha fatto il resto.
Ma si trattava di un equilibrio precario. A lungo andare, posto che ogni Stato (anche uno Stato ricco con i conti in buona salute) ha comunque un vincolo di bilancio, senza il motore delle esportazioni la corazzata cinese si sarebbe arenata sulle secche della recessione. Ecco perché il risveglio delle vendite oltremare consente a Pechino di tirare un sospiro di sollievo.
Gli ultimi dati sul commercio estero forniscono anche un'altra indicazione positiva sulla ripresa economica. Se l'export a dicembre si è ridestato dal suo lungo sonno, l'import è letteralmente esploso. Il mese scorso la Cina ha acquistato sul mercato globale beni e servizi per 112 miliardi di dollari, il 56% in più rispetto all'anno precedente. Materie prime, gas, petrolio, cemento, acciaio: Pechino continua a comprare forsennatamente dall'estero tutti gli ingredienti necessari per rifornire il nuovo ciclo espansivo della sua industria.
Grazie a tanto attivismo l'import mensile di petrolio a dicembre ha stabilito un record assoluto, mentre quelle di materiali ferrosi hanno registrato il secondo migliore risultato di tutti i tempi. Un boom festeggiato ieri dal mercato delle materie prime con un nuovo rialzo del petrolio, che ha sfiorato gli 84 dollari (massimo da 15 mesi) e dell'oro (salito del 2% a 1.158 dollari per oncia). A spingere le commodities ha contribuito anche la seduta negativa del dollaro, sceso fino a 1,45 sull'euro dopo i deludenti dati sul mercato del lavoro in dicembre pubblicati venerdì.
Il dato del commercio estero sull'intero 2009, tuttavia, fornisce una fotografia ben diversa. Nell'annus horribilis dell'economia mondiale, le esportazioni cinesi sono state pari a 1.202 miliardi di dollari, accusando una flessione del 16% rispetto al 2008 (è la prima contrazione dal 1983), mentre l'import è sceso dell'11% a 1.006 miliardi. Il risultato di questi flussi è un surplus commerciale di 196 miliardi, il 34% in meno rispetto al 2008 (è la prima performance negativa dal 2003).
Ma il Governo cinese non è l'unico a tirare un sospiro di sollievo per la ripresa del proprio export. Anche i partner commerciali di Pechino hanno di che rallegrarsi: se i prossimi mesi confermeranno i dati di dicembre, la Cina potrà finalmente sganciare lo yuan dal dollaro e porre così le premesse per una rivalutazione della moneta.
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A pagina 47
Metalli in tensione

12/01/2010