L'export cinese cresce del 21%

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Salgono le esportazioni, volano le importazioni, ma il quadro generale del commercio estero cinese resta ancora fragile e incerto.
A gennaio, le vendite di made in China sui mercati esteri sono ammontate a 109 miliardi di dollari, in crescita del 21% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Frattanto, gli acquisti del Dragone sui mercati d'oltremare sono stati pari a 95 miliardi di dollari (+85 per cento). La maggiore accelerazione dell'import rispetto all'export ha avuto come effetto netto una sensibile riduzione del surplus commerciale: 14 miliardi di dollari, contro 39 miliardi del gennaio 2009.
Dopo un anno di paralisi causata dalla crisi internazionale e dalla caduta della domanda globale, gli scambi della Cina con il resto del mondo sono dunque tornati ai vecchi fasti del biennio d'oro 2006-2007? Niente affatto, rispondono in coro gli analisti.
I dati forniti ieri dalle Dogane di Pechino, infatti, vanno presi con le pinze perché rischiano di essere fortemente distorti da due fattori stagionali.
Il primo è il Capodanno Lunare. La festività che blocca tradizionalmente l'attività economica del paese per un'intera settimana (in realtà anche di più) nel 2009 era caduta in gennaio. Quest'anno, invece, la ricorrenza più cara ai cinesi cade a febbraio (la settimana prossima). Il secondo è il termine di confronto anno su anno. Gennaio 2009 fu un mese terribile per il commercio internazionale, non solo in Cina ma nel mondo intero. Basti pensare che le importazioni di Pechino crollarono del 43%, raggiungendo il livello più basso dal 2005.
La strabiliante performance messa a segno a gennaio dalle importazioni cinesi è viziata poi da un'altra distorsione: l'aumento dei prezzi di petrolio e materie prime che rappresentano il grosso degli acquisti di Pechino dall'estero.
Con queste premesse, l'interpretazione dei flussi import-export relativi al primo mese del 2010 risulta piuttosto difficile. La dinamica dei dati di gennaio è talmente contraddittoria che, se si volessero utilizzare alla lettera i nuovi criteri indicati di recente dall'Ufficio Nazionale di Statistica (l'idea è di calcolare le percentuali d'incremento del Pil trimestrale non più assumendo come termine di paragone lo stesso periodo dell'anno prima, ma il trimestre immediatamente precedente), si potrebbero trarre conclusioni diametralmente opposte.
A gennaio, infatti, le esportazioni e le importazioni hanno accusato rispettivamente una diminuzione del 16 e del 15 per cento rispetto a dicembre 2009. Ciò significa che, nonostante il forte balzo in avanti anno su anno, la dinamica tendenziale del commercio estero cinese non manifesta ancora segnali di ripresa sostenibile. D'altronde, la congiuntura internazionale è ancora molto incerta, e i destini del made in China sono legati a doppio filo alla domanda dei consumatori globali.
In particolare, di quelli dei paesi industrializzati che assorbono la maggior parte dell'export cinese, e i cui umori restano ancora molto instabili. La disaggregazione dei dati generali non lascia dubbi: a gennaio, le esportazioni cinesi sono aumentate anno su anno a tassi robusti verso i paesi Asean (+53%) e verso la triade Corea-India-Taiwan (+35%); benino verso il primo partner commerciale del Dragone, l'Unione Europea (+18); pochino verso Giappone (+4%) e Stati Uniti (+8%). «A dicembre 2009, l'export cinese verso l'America era cresciuto del 16 per cento. La decelerazione registrata a gennaio conferma le preoccupazioni sulla sostenibilità della ripresa economica negli Stati Uniti», spiega Tao Wang, economista di Ubs Securities.
La difficile interpretazione del trend degli scambi commerciali cinesi con l'estero, però, serve almeno a fare chiarezza su un punto importante che sta molto a cuore ai mercati: per Pechino non è ancora giunta l'ora di rivalutare lo yuan.
ganawar@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

11/02/2010