L'Expo dei record « vince» in casa

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Musica, discorsi, giochi di luce e fuochi d'artificio. Due anni dopo le Olimpiadi di Pechino, anche Shanghai alza il sipario sul suo grande evento internazionale.
Per allestirlo ci sono voluti ben sette anni. Un tempo lunghissimo, durante il quale la Municipalità si è mossa con tre precisi obiettivi: mettere in scena l'Expo più bello, fantasmagorico e stupefacente della storia; evitare gli errori commessi in passato dalle altre città organizzatrici; sfruttare l'occasione per imprimere un'ulteriore accelerazione allo sviluppo e alla modernizzazione di Shanghai.
Ieri sera, pochi minuti dopo il taglio dei nastri, era già evidente che la città ha vinto la sua scommessa.
Ha centrato il primo obiettivo. Con i quattrini messi in campo, e grazie alla massima disponibilità degli spazi, Shanghai ha sicuramente realizzato l'Esposizione Universale più grandiosa e faranoica della storia. E probabilmente anche del futuro, perché per i prossimi che verranno sarà difficile, se non impossibile, organizzare una manifestazione paragonabile all'Expo 2010.
Ha centrato il secondo obiettivo. Per molte delle città che in passato l'hanno ospitato, l'Expo si è risolto in un colossale fallimento. Pochi visitatori, scarso interesse, fatturati largamente inferiori alle attese, perdite colossali. La ragione è semplice: per i paesi industrializzati l'Esposizione Universale è ormai una manifestazione logora e obsoleta.
O si lavora di fantasia e si trova una chiave particolare, oppure si finisce per sbattere via una montagna di soldi pubblici. Organizzarla, quindi, è assai rischioso. Per le nazioni in via di sviluppo, invece, il discorso è diverso perché, se ben gestito, l'Expo può avere dei forti ritorni in chiave internazionale ma, soprattutto, in chiave domestica. Non è un caso che il 95% dei 70 milioni di visitatori attesi da oggi sino a fine ottobre a Shanghai (grosso modo 5 volte di più la media registrata dalle ultime edizioni della kermesse) sono cinesi.
E ha centrato anche il terzo obiettivo. Forte degli insuccessi altrui (forse per la presenza di una forte comunità locale di cinesi, Shanghai ha guardato con particolare attenzione al flop di Vancouver), la Municipalità di Shanghai ha individuato chiaramente sin dall'inizio il principale pericolo insito nell'organizzazione dell'Expo: la costruzione di inutili cattedrali nel deserto. Sebbene non sia ancora chiaro quale sarà il destino futuro dell'area Expo, basta guardare una mappa di Shanghai per capire che, quando calerà il sipario, i 5,3 chilometri quadrati che ospitano la manifestazione non diventeranno un corpo urbanistico morto, avulso dal resto della città.
Al contrario, grazie alle infrastrutture costruite per collegarla a ogni altro angolo della metropoli, quella che fino a poco tempo fa era una zona degradata di vecchie industrie e di docks fluviali ha ottime probabilità di aiutare Shanghai a trasformarsi in una città policentrica.
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01/05/2010