L'eterna partita Usa-Europa

Adriana Cerretelli
LONDRA. Dal nostro inviato
Europa contro Stati Uniti, Cina e Russia anche: non fosse per l'eterna sintonia con l'Inghilterra di Gordon Brown e la fresca solidarietà del Giappone di Taro Aso, l'America di Barack Obama rischierebbe davvero di ritrovarsi sola e accerchiata al suo debutto sulla scena globale del G-20. Anche se, entro sera, si troverà il modo di salvare la faccia del vertice di Londra. Un fallimento plateale non conviene a nessuno: interdipendenza e mercati sempre allerta non consentono di indulgere alle risse, a meno che non siano attentamente controllate.
Sono passati soltanto cinque mesi dal vertice del G-20 di Washington di cui l'Europa era stata la volonterosa madrina mentre per l'Amministrazione Bush brillavano gli ultimi flebili fuochi. In 150 giorni, i Magnifici 20 hanno pompato nell'economia mondiale uno stimolo da 2.500 miliardi di dollari, il 2% del Pil globale, e hanno speso altri 4mila miliardi per il salvataggio del settore finanziario. Uno sforzo gigantesco che finora però è servito a poco.
Con rare eccezioni la recessione non cessa di avvitarsi su se stessa, la crescita mondiale quest'anno rasenterà lo zero, l'attività finanziaria resta al palo, il commercio collassa (-10%). E nonostante gli appelli in senso contrario lanciati in novembre a Washington, il protezionismo sgomita se è vero che 17 Paesi tra i Magnifici 20 che lanciarono quell'appello hanno eretto nuove barriere a difesa dei propri mercati. O meglio, come si usa dire di questi tempi, a garanzia che il denaro del contribuente, investito negli stimoli nazionali, sia tutto speso in casa e non finisca invece nelle tasche del concorrente o del vicino.
Nonostante gli sforzi fatti, il sistema è in tilt perché la fiducia continua a latitare. Va assolutamente recuperata. Sì ma come? Nella risposta a questo interrogativo c'è la miccia della "guerra" euro-americana, con code cino-russe.
Fino all'altro ieri era l'equazione della sicurezza globale a fare scintille tra le due sponde dell'Atlantico che invece domani a Strasburgo, al vertice del 60° della Nato, celebreranno il gran ritorno all'ovile della Francia di Nicolas Sarkozy. Oggi il dissenso si concentra quasi tutto sull'economia.
Molto più di regole finanziarie generalizzate e stringenti e di una governance globale più attenta e attiva, per l'America di Obama è la ripresa economica la chiave per uscire dall'emergenza. Per questo la sua dottrina dei maxi-stimoli chiama tutti i protagonisti del G-20 a fare la loro parte fino in fondo.
Tolto l'inglese Brown, l'Europa però non ci sta. «Questa crisi non è una catastrofe naturale e non si risolve con l'oblio» ha scandito ieri a Londra, all'unisono con Sarkozy, Angela Merkel, ricordando che «non se ne uscirà accelerando sul rilancio e frenando sulla regolamentazione finanziaria, altrimenti prima o poi si presenterà di nuovo». Qualche giorno fa il cancelliere tedesco aveva attaccato la Casa Bianca per «l'eccessiva iniezione di liquidità con la quale non si crea una crescita durevole».
Due mondi, e culture ai ferri corti. Da una parte la grande crisi del capitalismo anglosassone e la voglia matta di scorciatoie keynesiane nella speranza che tutto in qualche modo si aggiusti senza pagare prezzi troppo alti come la rinuncia alla sovranità nazionale esclusiva sul settore finanziario. Titoli tossici permettendo. Dall'altra la cultura della stabilità tedesca che ha contagiato l'Europa intera, Italia compresa, e che vede in un nuovo ordine mondiale non più dominato soltanto dagli Stati Uniti la via per esorcizzare in futuro simili disastri.
In mezzo Cina e Russia che teorizzano concretamente la fine della supremazia del dollaro rivendicando un posto a pieno titolo nel governo del mondo.
È facile oggi sparare sul bersaglio americano, imputando agli Stati Uniti la responsabilità del capitalismo impazzito e del grande gelo dello sviluppo. Ed è facile strapazzare la presidenza Obama, errori e incertezze del suo esordio. È comprensibile il rifiuto dell'Europa di indebitarsi oltre però a patto di non pretendere implicitamente che lo faccia l'America al suo posto, salvo poi criminalizzarla per i danni prodotti con i suoi eccessivi squilibri. È confortante per Cina e Russia sognare il "golpe" contro il dollaro (mettendo così la sordina sullo yuan sottovalutato): salvo che, tra bond Usa e riserve in moneta americana che possiede, Pechino sarebbe la prima a pagare il prezzo del crollo.
Conclusione: nella partita del G-20 oggi non ci possono essere né vincitori né vinti. Tutti sono sulla stessa barca condannati a remare insieme e nella stessa direzione. Anche se spesso si detestano.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

02/04/2009