L'esercito dei bambini abbandonati

«I miei genitori sono andati via quando ero molto piccolo. I loro visi scompaiono pian piano dalla mia mente». È la voce di un bambino lasciato solo in campagna, uno dei tanti che hanno visto un giorno i genitori partire verso le grandi metropoli per costruire grattacieli o fabbricare i jeans destinati ai mercati occidentali. Duecento milioni di persone si sono spostate in pochi anni dalle campagne, soprattutto delle province occidentali e centrali, verso i grandi centri urbani, lasciando nei villaggi d'origine un esercito di minori, oltre 40 milioni sotto i 15 anni e più di 30 milioni tra i 6 e i 15 anni, secondo un recente censimento (solo la provincia Henan ha visto dal 2000 una crescita di bimbi soli del 25 per cento l'anno).
Un fenomeno migratorio senza precedenti, iniziato a metà degli anni Ottanta ma del quale il governo ha preso coscienza solo dal 2004, quando il ministero dell'Istruzione ha organizzato un seminario sui cosiddetti "bambini lasciati indietro" (liushou ertong, espressione usata nella Cina imperiale per indicare chi sostituiva l'imperatore durante la sua assenza). Se i più fortunati sono affidati alle cure dei nonni, molti vengono completamente abbandonati a se stessi. Quasi tutti soffrono di quella che viene definita la "sindrome dell'abbandono": un malessere psicofisico più o meno accentuato che colpisce tutti i liushou ertong.
China Labour Bulletin, un'organizzazione per la difesa dei diritti dei lavoratori in Cina, ha raccolto in uno studio del novembre 2009 le voci di diversi bambini. Come quella di uno scolaro che un giorno, al ritorno da scuola, ha trovato la madre in cucina: «Ero così eccitato che il mio cuore ha iniziato a battere freneticamente. Avevo paura che fosse solo frutto della mia immaginazione, e ho guardato ancora e ancora. Ma era vero ed ero così felice». Un giorno però la mamma è dovuta ripartire. Quando il figlio ha visto che andava a prendere la corriera di nascosto, l'ha inseguita cercando di fermarla, ma è stato raggiunto dalla nonna e dallo zio: «Pensando a nient'altro che a riprendermi mia madre, ho rincorso il pullman, ma questo diventava sempre più piccolo, finché è scomparso. Allora mi sono inginocchiato e ho pianto a dirotto. Sulla strada verso casa, il cielo è diventato grigio come se soffrisse per me. Ero così arrabbiato che quando ho visto una rana che saltellava felice lungo la strada, le ho dato un grosso calcio. Odiavo tutto ciò che vedevo».
Questo ragazzo è uno dei più fortunati, perché i parenti si prendono cura di lui. La madre di Zhao Yan, una bambina della provincia Anhui, è morta quando era piccola e il padre si è trasferito a Shanghai appena è stata in grado di badare a se stessa. Yan va a scuola in bicicletta. Vive in compagnia dei suoi cani e, qualche volta, delle amiche. Il padre torna ogni due o tre mesi per lasciarle 700 yuan (circa 70 euro). Yan ha raccontato che a volte salta i pasti perché preferisce cucinare per il padre che festeggia sempre con lei il Capodanno lunare. Ma non tutte le bambine hanno la forza di Yan e sono frequenti i casi di violenze sessuali. Molte subiscono abusi oppure cominciano fin da piccolissime a vendersi per pochi yuan. Sono numerosi anche i ragazzi che finiscono nella criminalità organizzata, come quelli - dicono le statistiche - vittime di incidenti domestici, dovendo sbrigare da soli tutte le faccende di casa.
L'anno scorso, nel violento terremoto del Sichuan che ha provocato almeno 80mila vittime, numerosi "bambini lasciati indietro" hanno perso la vita. Ed erano liushou ertong anche molti dei piccoli avvelenati nel settembre 2008 dal latte contaminato alla melamina (uno scandalo che ha coinvolto decine di aziende cinesi). She Mao, professore della Central South University (università dell'Hunan dipendente dal ministero dell'Istruzione) ha condotto un sondaggio tra i liushou ertong delle province più povere e scoperto che solo il 20 per cento gode di buona salute, mentre oltre il 60 per cento soffre di disturbi mentali. Le rare telefonate e visite dei genitori non bastano infatti a colmare il vuoto affettivo del loro addio. L'anno scorso, un dodicenne si è impiccato durante il Capodanno. Poco tempo prima aveva scritto alla madre, chiedendole di tornare presto. Una bambina di dieci anni dell'Hunan si è invece tagliata più volte le vene perché, ha raccontato, «penso che se mi ferisco mia madre tornerà a casa. L'ultima volta che mi sono fatta del male è venuta da me e mi ha anche portato molto cibo. Per questo mi devo fare spesso male... Anche se quando l'ho vista non riuscivo a dire una parola. Mi manca così tanto». E fa le prove da scolaro il piccolo Xiao Hong, che dovrà percorrere cinque chilometri a piedi ogni mattina per raggiungere la scuola più vicina al suo villaggio nella provincia dello Shandong. La sera, a casa, troverà solo la nonna ad accoglierlo.
Per aiutare i bambini, il governo ha varato politiche di assistenza, allestendo per esempio collegi o inviando nei villaggi squadre di cosiddette "madri amorevoli", cioè insegnanti o funzionarie che si prendono cura di loro, mentre alcune compagnie telefoniche hanno ideato carte a basso costo per garantire un filo diretto con i genitori. Ma non è facile. Secondo il quotidiano China Youth Daily, aprire un numero sufficiente di collegi costerebbe al governo 600 miliardi di yuan (circa 60 miliardi di euro). Non solo: molte famiglie non riuscirebbero a pagare la retta. Le scuole più economiche offrono così ai ragazzi cibo scarso e acqua inquinata, mentre usano violenza nel tentativo di tenere sotto controllo fenomeni dilaganti come il bullismo o la dipendenza da internet. Incontrano le stesse difficoltà, nelle grandi metropoli, i bambini che i genitori migranti sono riusciti a portare con sé. La maggior parte delle città cinesi ha un rigido sistema di controllo della popolazione, chiamato hukou, in base al quale i figli dei migranti spesso non hanno accesso ad alcun servizio. «Vengo dalla campagna. Adesso vivo in città ma non da cittadino. Cosa sono, metà cittadino e metà contadino? I miei genitori sono impegnati a lavorare e non hanno tempo da dedicarmi. Spesso mi sento solo», dice un ragazzo di 14 anni arrivato ad Hangzhou quando ne aveva dieci.
I compagni trovano per i ragazzi come lui i soprannomi più pungenti, mentre le classi diventano veri e propri ghetti in cui i figli dei migranti sono emarginati e giocano da soli, snobbati dagli amichetti che indossano scarpe da tennis all'ultima moda. Per loro non esiste assistenza medica, e solo vaccinare un bambino contro l'influenza può significare spendere un quarto dello stipendio. Proprio a causa degli insostenibili costi sanitari, molte donne scelgono di partorire in casa, con un conseguente alto tasso di mortalità materna.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

12/01/2010