L'esempio di Shanghai per Milano

Scale diverse, difficile compararle. Tanto più se un Expo è in corso, e l'altro cadrà tra 5 anni e per ora è poco più che un masterplan virtuale. Ma scale così difformi non impediscono che un progetto non possa insegnare all'altro qualche buona pratica da assorbire o qualche errore da evitare. Shangai-Milano, parte il confronto a distanza.
Si comincia dal tema dell'evento: Better city Better life quello della megalopoli cinese inaugurato il 1° maggio; Feeding the planet, energy for the life quello del capoluogo lombardo. La prima difficoltà, spiega chi è già stato a Shangai, è che restare nel tema della kermesse è quasi impossibile. Dei 150 padiglioni presenti quasi nessuno è coerente con il titolo. La stessa forza del padiglione italiano, finora tra i più visti e apprezzati, è di aver fatto giustamente una summa dell'Italian way of life. Una miscela di arte, cultura, tecnologia, storia, moda e artigianato capace di soddisfare il palato del grande pubblico cinese. Ma attenzione alle sirene perché tra 5 anni ripetere questo format sarebbe esiziale. L'Italia non ha la potenza di fuoco né il "gigantismo" monumentale che fa dell'Expo di Shangai l'ultima grande vetrina novecentesca.
Quello milanese sarà un palinsesto di emozioni da vivere in presa diretta o sarà un flop. Lo dicono i numeri: l'incoming estero previsto in Cina è praticamente nullo. Il 95% dei 70 milioni di visitatori attesi nei 6 mesi di kermesse sono connazionali che, dai centri minori e dalle campagne, per la prima volta si affacceranno alla modernità e al bello del mondo. Se le Olimpiadi sono state il battesimo planetario della potenza cinese, questa Expo sarà un grande riassunto nazionalista ad uso interno. Di qui la corsa dei paesi stranieri allo sterminato mercato di massa cinese, ancora in chiave "vecchia" fiera.
Viceversa l'incoming per Milano sarà decisivo. Circa il 30% dei 20 milioni di visitatori stimati dal business plan saranno visitatori stranieri a cui non si potrà certo offrire un made in italy stereotipato. È una questione di target: quello milanese sarà più sofisticato di quello di Shangai. Che invece può trasferire al progetto lombardo la best practice della futura legacy. Secondo stime ufficiose, per allestire il loro Expo le autorità cinesi hanno speso 40 miliardi di euro (3 per la costruzione dei 5,3 chilometri quadrati di sito, il resto per linee della metropolitana, nuovi tunnel, ponti e i terminal aeroportuali). Al netto delle cifre proibitive che può mettere in campo un paese senza praticamente vincoli di debito, Shangai ha immaginato e realizzato un evento che lascerà frutti tangibili sul territorio, riconnettendo alla città una zona degradata di vecchie industrie e dock fluviali, capace di dare un respiro policentrico alla megalopoli. Gli stessi padiglioni tra 6 mesi verranno sbaraccati e sostituiti da uno sviluppo immobiliare centrato su un'edilizia a basso costo per ceto medio e giovani coppie.
Anche per Milano la sfida è simile, pur pescando in un budget davvero minimale (e problematico): Expo dovrà aiutare a rifunzionalizzare la dorsale urbana del Sempione, regalando all'area un grande polmone verde e una dotazione di social housing degno di una città europea. Un'ultima cartolina che Shangai può spedire in Lombardia è infine sul timing. Nonostante i pochi vincoli, per organizzare il suo evento ci ha messo ben 7 anni. Milano dopo averne bruciato uno in mille litigi ne ha davanti ancora 5. Non sarà facile, tanto più perché, come ha scritto ieri il Financial Times, «il dilemma del sindaco Letizia Moratti adesso è simile a quello per le olimpiadi di Londra nel 2012: come competere con i cinesi che non hanno problemi di soldi?». Già.
Nel frattempo, il sindaco ha illustrato in Consiglio comunale l'avanzamento del dossier Expo: «un parco di 53 ettari che riproduce gli ecosistemi del pianeta e poi un nuovo quartiere improntato alla sostenibilità ambientale e alla qualità edilizia: sarà questa l'eredità post 2015», ha spiegato Moratti. Precisando, per la prima volta, che accanto all'Orto planetario sorgerà dunque un nuovo quartiere residenziale. «Un quartiere per ricchi», accusano dall'opposizione. Il sindaco non ha invece affrontato il nodo dei terreni. La soluzione sul tavolo è quella formigoniana di creare una società veicolo che si faccia carico di acquistarli e valorizzarli in chiave pubblica. Ma sulle tecnicalità, sui soldi, e su quali enti entrerebbero nella newco, è ancora nebbia fitta.
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PRO E CONTRO

GLI ESEMPI POSITIVI DA IMITARE....

Legacy: l'Expo cinese lascerà frutti tangibili sul territorio e sul quartiere espositivo, riconnettendo alla città una zona degradata di vecchie industrie e dock fluviali, capace di dare un respiro policentrico alla megalopoli. Gli stessi padiglioni tra 6 mesi verranno sbaraccati e sostituiti da uno sviluppo immobiliare centrato su un'edilizia a basso costo per ceto medio e giovani coppie. Anche per Milano la sfida è simile: Expo 2015 dovrà aiutare a rifunzionalizzare la dorsale urbana del Sempione, regalando all'area un grande polmone verde e una dotazione di social housing degna di una città europea.
I tempi: Nonostante i pochi vincoli, per organizzare il suo evento Shangai ci ha impiegato ben 7 anni. Milano dopo averne bruciato uno in mille litigi ne ha davanti ancora 5. Potrebbero sembra tanti: peccato che, ad oggi, non si è nemmeno definita la disponibilità sulle aree espositive. Prerequisito di qualsiasi progettazione.

...E GLI ERRORI STRATEGICI DA EVITARE

Il gigantismo: l'Italia non ha la potenza di fuoco per sfruttare il "gigantismo" monumentale che fa dell'Expo di Shangai l'ultima vetrina espositiva novecentesca. Quello milanese sarà un palinsesto di emozioni da vivere in presa diretta, un grande evento immateriale, o sarà un flop. Dei 150 padiglioni presenti nella magalopoli cinese, invece, quasi nessuno è coerente con il tema della rassegna. La stessa forza del padiglione italiano è di aver fatto giustamente una summa dell'Italian style. Tra 5 anni, ripetere questo format generalista, sarebbe esiziale.
I visitatori: il 95% dei 70 milioni di visitatori attesi nei 6 mesi di kermesse sono connazionali che, per la prima volta, si affacceranno al bello del mondo. Se le Olimpiadi sono state il battesimo planetario della potenza cinese, questa Expo è un grande riassunto nazionalista ad uso interno. Viceversa l'incoming per Milano sarà decisivo. Il 30% dei 20 milioni di visitatori stimati saranno stranieri a cui non si potrà certo offrire un made in italy stereotipato.

08/05/2010