L'eldorado cinese per il made in Italy

Ufficialmente, alla Camera nazionale della moda ne risultano accreditati appena due: gli inviati di "GQ China" e de "L'Officiel China". Ma, generalmente griffati come veri e propri fashion victim, i giornalisti della Repubblica popolare, come del resto i buyer, stanno imperversando nel parterre delle sfilate più prestigiose più che in quelle di nicchia. Ieri una nutrita pattuglia – coccolata da addetti stampa e top manager – presenziava ai défilé di Ermenegildo Zegna e Z Zegna, così come di Gucci ed Etro (e domenica da Emporio Armani, Ferragamo e Prada): tutti marchi dal forte Dna stilistico che presidiano da tempo i mercati orientali emergenti, inclusa la Corea, e quelli più maturi, come il Giappone.
Proprio la Cina si sta rivelando la nuova Mecca per i produttori di beni di lusso, tra l'altro potenzialmente favoriti dal rafforzamento dello yuan – causato dalle recenti decisioni di politica monetaria da parte del Governo di Pechino – soprattutto nel caso di controllo diretto del canale retail.
I produttori di moda maschile sono in pole position per "catturare" i consumatori di quell'area: secondo un recente report di Hsbc, infatti, «la Cina è probabilmente l'unico mercato al mondo trainato dai consumatori maschili e, almeno finora, dal business dei regali», considerati una sorta di obbligo sociale. Inoltre, sempre secondo Hsbc, «una fetta sempre maggiore di popolazione può ora iniziare a fare shopping di beni di fascia alta grazie all'incremento del reddito, mentre la progressiva indipendenza finanziaria delle donne e il bisogno di mostrare il proprio status sociale non faranno che supportare ulteriormente la domanda di lusso in Cina, destinata a diventare il mercato a maggior tasso di redditività per i brand del lusso».
Gli spazi, insomma, sono enormi, forse addirittura giganteschi. In quei mercati ma anche in Italia: secondo l'analisi Global Blue-Camera della moda sui primi cinque mesi del 2010, gli acquisti in Italia in regime di tax free da parte dei turisti provenienti dalla Repubblica popolare sono balzati al secondo posto dopo quelli della Federazione Russa, superando i giapponesi.
Più in dettaglio: da gennaio a maggio i cinesi hanno aumentato lo shopping del 55% e rappresentano ora una fetta del 12,4% del totale degli acquisti da parte di chi proviene da paesi extra-Ue; la Russia, di nuovo in crescita (+22%), pesa per il 26%, mentre i nipponici, in calo del 18%, sono scesi al terzo posto con un'incidenza del 10% sul totale. Buone notizie, insomma, anche se riuscire a calamitare sistematicamente i flussi turistici dalla Cina è un diktat assoluto che dovrà coinvolgere l'intero sistema-paese.
I cinesi che visitano l'Italia e acquistano nei flagship store come nei multimarca sono più orientati al cosiddetto soft luxury, cioè a borse, abiti e scarpe (il 78% del totale), che non all'hard luxury, vale a dire orologi e gioielli, i due settori in cui invece gran parte degli acquisti si fa nella propria città o in quelle limitrofe (basti, a proposito, considerare l'enorme sviluppo del retail diretto dei big brand svizzeri dell'orologeria di lusso).
Sul mercato italiano, la città dove il peso degli acquisti cinesi è più rilevante è Venezia: 16,5% del totale, ormai a un'inezia di distanza dai russi; a Firenze il peso è del 15%, a Milano del 12 e a Roma del 10 per cento. Non è ancora chiaro, invece, se – come i giapponesi ai tempi d'oro, una decina d'anni fa – anche i cinesi conoscano già alla perfezione il fenomeno degli outlet (che nei primi cinque mesi di quest'anno ha messo a segno una crescita degli acquisti in regime tax free del 55%). Arrivando con le istruzioni dettagliate nella loro lingua riguardo ai bus sui quali salire per fiondarsi ad acquistare in "saldo".
twitter@24paolabottelli
© RIPRODUZIONE RISERVATA

22/06/2010