L'EGITTO SPARISCE DAL WEB CINESE

L'EGITTO SPARISCE  DAL WEB CINESE

Pechino, 31 gen.- "Seguiamo da vicino la situazione in Egitto - ha dichiarato domenica il portavoce del ministero degli Esteri cinese Hong Lei - e speriamo che al più presto vengano ristabiliti l'ordine e la stabilità sociale". Intanto, però, i media di stato e la censura scendono in campo per filtrare tutti i contenuti sgraditi su una rivolta che la leadership di Pechino vive con disagio: da ieri, la ricerca di qualsiasi parola chiave relativa alle proteste nel paese mediorientale e tutti i tentativi di aprire un topic sull'argomento nei forum di discussione dei principali portali cinesi come Sina.com o Sohu.com - che forniscono anche servizi di microblogging simili a quelli di Twitter, da tempo oscurato - si concludono con il solito messaggio che caratterizza la censura sulla rete cinese: "La ricerca non risulta conforme alle leggi vigenti".

 

 

I media del Dragone hanno riferito della rivolta, delle vittime che hanno perso la vita negli scontri, e della decisione del governo di inviare diversi aerei per rimpatriare i cinesi residenti in Egitto, ma evitano accuratamente di pubblicare immagini delle proteste e si concentrano principalmente su aspetti come il caos nelle strade e l'insicurezza dei cittadini, senza spiegare le ragioni della rivolta. La linea ufficiale è quella tracciata ieri in un editoriale del quotidiano di stato Global Times: "Per applicare un sistema democratico a paesi con tradizioni differenti è necessario del tempo, e le cosiddette 'rivoluzioni colorate' non conducono a una vera democrazia, ma a tumulti rivoluzionari che provocano disordine e caos. La democrazia non sembra compatibile con la situazione di paesi come Egitto e Tunisia - si legge nell'articolo - e un vero cambiamento può essere fondato solamente sullo sviluppo economico, sull'istruzione e sulla soluzione dei problemi sociali. Inoltre, quando si tratta di sistemi politici, la democrazia alla occidentale non è che una delle scelte tra diverse opzioni".

 

 

Sul web cinese social network come Youtube e Facebook sono bloccati da tempo, mentre Twitter è censurato da quando nel luglio 2009 lo scoppio della rivolta della minoranza uigura – turcofona e islamica - nella provincia dello Xinjiang venne coordinato anche attraverso il sito di microblogging. Pechino aveva già manifestato una posizione simile all'esplosione delle rivolte in Iran, nel giugno di due anni fa.  I media cinesi richiamano molto spesso le "rivoluzioni colorate" che negli anni hanno agitato diversi paesi dell'ex Unione Sovietica, indicandole come esempio di sovversione, infiltrazione e ingerenza da parte delle potenze occidentali negli affari interni di stati sovrani.

 

 

di Antonio Talia

 

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