L'ECONOMIA SI RAFFREDDA MA L'INFLAZIONE PICCHIA

Pechino, 11 lug. –  La raffica di dati pubblicata nel fine settimana dalle autorità cinesi lascia poco spazio ai dubbi: l'economia del Dragone è in fase di rallentamento, mentre l'inflazione non accenna a mollare la presa, e anzi, sferra una nuova zampata. A giugno l'indice dei prezzi al consumo è cresciuto del 6.4% toccando così i massimi degli ultimi tre anni, un aumento che prosegue sulla scia degli incrementi degli ultimi mesi, tutti ben al di sopra della soglia del 4% entro la quale il governo punta a contenere l'inflazione. Sul fronte dei dati commerciali, intanto, si registra un balzo nel surplus, che a giugno raggiunge quota 22.27 miliardi di dollari contro i 13.05 miliardi di maggio. Si tratta di statistiche che mettono Pechino alle strette, rendendo più complicate le manovre monetarie messe in campo dal governo cinese per contrastare il surriscaldamento dell'economia e mantenere al tempo stesso ritmi di crescita elevati.

 

L'ECONOMIA RALLENTA

 

"Il declino delle importazioni si aggiunge all'elenco delle variabili che indicano un rallentamento dell'economia cinese", ha dichiarato al Financial Times Chi Sun, analista di Nomura a Hong Kong. Le importazioni sono aumentate del 19,3%, in frenata rispetto al 28,4% del mese di maggio, risultato inferiore alle previsioni degli analisti. Le esportazioni cinesi, invece, sono cresciute a giugno del 17,9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il rallentamento dell'import riguarda principalmente alcune commodities, tra cui greggio - in calo dell'11,5%, il livello più basso degli ultimi 8 mesi -, alluminio e minerale di ferro, a indicazione di un calo dell'attività industriale.

 

A preoccupare ancora una volta Pechino è la nuova zampata inflazionaria che rischia di vanificare gli sforzi compiuti dal governo per contrastare l'aumento del costo della vita, rendendo a Pechino più arduo il compito di mantenersi in equilibrio tra l'esigenza di garantire la crescita costante dell'economia e quella di evitare un surriscaldamento eccessivo. Molti economisti si attendono comunque un ripiegamento dell'inflazione sul finire dell'estate. Le strette monetarie messe in campo dalla banca centrale non si sono rivelate del tutto inefficaci; il Purchasing Manager's index (Pmi) - considerato il barometro del settore manifatturiero cinese - ha registrato un calo del 50,9% nel mese di giugno, il livello più basso dal picco raggiunto nel febbraio del 2009 dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale. Il rallentamento della domanda interna ha conseguentemente portato a un declino delle importazioni, innescando una dilatazione del surplus commerciale che ha raggiunto il livello più alto dal novembre scorso. I dati del surplus commerciale cinese nel mese di giugno pari a 22,27 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 13,05 miliardi a maggio, balzano agli occhi se si pensa che il surplus accumulato nel mese scorso corrisponde alla metà dell'avanzo commerciale di 45 miliardi di dollari registrato nel primo semestre del 2011. Le esportazioni cinesi sono cresciute a giugno del 17,9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno raggiungendo quota 162 miliardi di dollari, un record che potrebbe alimentare nuove lamentele da parte dei partner commerciali della Cina che da tempo accusano Pechino di mantenere artificialmente basso il valore della sua moneta per ottenere un vantaggio sleale negli scambi con l'estero. Molti paesi temono infatti che un rallentamento dell'economia cinese possa inondare il mercato internazionale di prodotti cinesi esportati a basso costo.

 

"L'INFLAZIONE E' UNA TIGRE"

 

"L'inflazione è una tigre", aveva dichiarato Wen Jiabao nel suo discorso di apertura all'Assemblea Nazionale del popolo. Parole che mai come oggi suonano più profetiche. Se le misure attuate finora dovessero rivelarsi insufficienti a porre un freno all'impennata dei prezzi, le dinamiche inflattive continuerebbe ad alimentare il costo della vita al di là della portata della maggior parte della popolazione, rischiando di innescare nuove tensioni sociali. E scongiurare la diffusione del malcontento è diventata ormai un'ossessione per l'attuale leadership.

 

I dati sull' indice dei prezzi al consumo sono stati diffusi sabato scorso dal National Bureau of Statistics. Ancora una volta, sono i prezzi dei beni alimentari, che rappresentano il 30% del paniere dell'indice dei prezzi al consumo, ad aver registrato il picco più alto, con un incremento del 14,4%.  In salita soprattutto i prezzi della carne di maiale - che costituisce il 65% del consumo di carni in Cina (questo articolo) -, lievitati del 57,1%. Per bloccare la crescita dei prezzi la banca centrale cinese ha aumentato a varie riprese il tasso d' interesse e la percentuale di riserve obbligatorie delle banche. Il 6 luglio scorso la PBoC aveva annunciato un nuovo rialzo dei tassi d'interesse, il terzo dall'inizio dell'anno e il quinto da ottobre, una misura decisa sull'onda dei timori relativi a un nuovo aumento dell'inflazione nel mese di giugno. Timori confermati dalla realtà dei fatti. Pechino si trova oggi a fare i conti con un nuovo record: un'impennata simile non si registrava dall'agosto del 2008.

 

"L'inflazione rimane alta nonostante la crescita della Cina sia stabile" aveva commentato lunedì People's Bank of China (PBoC), sottolineando che continuerà a combattere il costo della vita con una politica monetaria prudente e con gli altri strumenti adottati fino ad adesso. Oltre all'aumento dei tassi d'interesse, per contrastare la spirale inflattiva, la Cina ha aumentato ben cinque volte i requisiti di riserva obbligatoria delle banche dall'inizio dell'anno, ordinando anche agli istituti di credito un deciso taglio dei prestiti alle amministrazioni locali e alle imprese del real estate. "Le misure restrittive adottate dal governo per controllare l'inflazione stanno funzionando gradualmente - aveva dichiarato qualche settimana fa la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme - e i prezzi al consumo rimarranno sotto controllo nel corso dell'anno. Anche se nei prossimi mesi i prezzi potrebbero rimanere a un livello relativamente alto, la situazione generale rimane controllabile" (questo articolo).

 

Alcuni economisti, però, ritengono che le cause dell'attuale zampata inflazionaria vadano rintracciate anche nelle politiche adottate per contrastare la crisi: oltre al pacchetto di stimoli economici da 4mila miliardi varato dal governo, si stima che nel biennio 2009-2010 le banche abbiano erogato nuovi prestiti per la cifra record di 17.500 miliardi di yuan (pari a 1.900 miliardi di euro), circa un quarto del totale dell'economia cinese nello stesso periodo, che avrebbero contribuito in maniera determinante a innalzare il livello di liquidità nel sistema. Ed è proprio di oggi la notizia del China Security Journal secondo cui le banche cinesi concederanno quest'anno nuovi prestiti per un  valore massimo di 6mila e 700 miliardi di yuan e a un ritmo più lento rispetto al passato al fine di frenare l'inflazione. L'anno scorso, riferisce ancora il giornale, i nuovi prestiti – punto focale della politica monetaria di Pechino - si aggiravano attorno ai 7mila e 950 miliardi di yuan.

 

di Alessandra Spalletta

 

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