L'eBay cinese è poco virtuale

La Cina che ha già 420 milioni di internauti. Pechino che spende online 39 miliardi di dollari all'anno. Taobao - l'eBay cinese - che ha in mano l'87% delle vendite sul web di tutto il paese. Tre considerazioni, un'unica deduzione da fare: per le imprese italiane che vogliono vendere i loro prodotti in Cina, l'e-commerce è una via a basso costo di ingresso e ad alta potenzialità. E farlo attraverso Taobao consente anche di risparmiare sui tempi e sui costi di apertura e gestione di un sito web vero e proprio.
Il suggerimento arrivava dai consulenti di McKinesey, lo abbiamo scritto sul Sole 24 Ore di lunedì 18 ottobre scorso, e qualche Pmi ci ha fatto un pensierino, su questo Eldorado facile. Poi, sono arrivate le lettere: sì, ma come si fa?
La domanda è stata girata agli esperti dello studio legale Nctm. Il verdetto? Non si scappa: per vendere online, almeno un negozio fisico in Cina ci vuole. Spiega Hermes Pazzaglini, partner di Nctm, dal suo ufficio di Shanghai: «Intanto per esporre un bene su Taobao, anche solo una tantum, devo essere residente in Cina. Ma il vero problema è che, se propongo troppo di frequente i miei articoli, Taobao finisce col chiedermi la licenza di vendita. Quindi è inevitabile averne una». A un imprenditore cinese, la rilascia la Camera di Commercio. Ma a una società straniera – italiana, nel nostro caso - occorre la stessa autorizzazione governativa che serve a chi vuole aprire un'attività fisica. E cioè: si ritorna al negozio.
Taobao dunque è perfetto come moltiplicatore del business, ma la presenza in Cina è imprescindibile: «In un paese tanto grande – assicura l'avvocato Pazzaglini – chi investe in un negozio, anche piccolo, grazie a Internet ha la possibilità di raggiungere un pubblico potenziale di centinaia di milioni di utenti». Il gioco può valere la candela, purché si sia disposti ad avventurarsi nei meandri della burocrazia di Pechino.
Cosa bisogna presentare agli sportelli del ministero del Commercio? Per cominciare, bisogna avere delle referenze bancarie, che per fortuna per il momento sono di tipo generico. Occorre aver già individuato il negozio e anche averne in mano il contratto di locazione. È necessario dimostrare di poter disporre di un capitale sociale iniziale adeguato al business. Serve presentare uno studio di fattibilità, con tanto di statuto della società, lista degli amministratori nominati e proiezione degli (ipotetici) guadagni a cinque anni. «Naturalmente – ricorda Pazzaglini – deve trattarsi di un settore aperto agli investimenti esteri: sono escluse ad esempio le armi, l'editoria, le produzioni televisive, i film, il gioco d'azzardo e alcuni prodotti tradizionali come le medicine o certe varietà di tè o di carta».
Fatto tutto questo, il ministero si riserva di valutare non solo nella forma, ma anche nel merito: per esempio, il negozio affittato potrebbe essere giudicato troppo piccolo per il tipo di attività, così come il numero dei dipendenti potrebbe apparire insufficiente. Quanto al tempo, bisogna mettere in conto una certa variabilità: «A Shanghai – stima l'avvocato di Nctm – cioè la piazza più veloce, ci vogliono circa tre mesi». Ancora più difficile è stimare i costi complessivi dell'operazione: «Molto dipende dalla struttura prescelta: società unipersonale o con soci multipli, capitalizzazione, dimensioni e posizione del negozio, numero degli impiegati. Altrettanto contano i requisiti specifici delle singole autorità locali che dovranno approvare il progetto in quanto, ad esempio, alcune richiedono uno studio di fattibilità minimo, altre lo pretendono più dettagliato. Ciò detto, in base a un'ipotesi minima i costi potrebbero limitarsi a qualche migliaia di euro».
Il messaggio è chiaro: vendere online in Cina non è un'operazione da detto-fatto. È un investimento. E se invece al posto del cinese Taobao si tentasse la via dell'occidentale eBay, pur tenendo conto che ha solo l'8% di share? L'avvocato Pazzaglini smorza subito l'entusiasmo: «Con eBay in teoria posso vendere in Cina, ma in pratica ho problema di pagamenti. Perché contano come esteri: l'acquirente cinese, cioè, deve comprare in dollari e fare una rimessa internazionale, per portarsi a casa un bene in vetrina su eBay». E un pagamento estero, in Cina, è quasi più complicato dell'autorizzazione per aprire un negozio.
micaela.cappellini@ilsole24ore.com
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Quanto vale internet

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L'E-COMMERCE CINESE IN MILIARDI DI DOLLARI
Tanto hanno speso online i consumatori cinesi nel 2009. L'ex Celeste impero è ormai la seconda piazza digitale più grande del mondo, dopo quella statunitense che vale 156 miliardi di dollari. L'identikit del cinese che acquista online coincide tra l'altro con l'acquirente tipo del prodotto made in Italy: colto (il 53% è laureato), giovane (il 75% ha meno di 34 anni) e con un potere di spesa da classe media

10/01/2011