L'appuntamento al Plaza non si ripete più

Tutti al Plaza! L'albergo newyorchese su Central Park è l'ideale, secondo alcuni economisti e cambisti, per siglare una tregua nella "guerra delle valute" in corso da settimane: si dovrebbe raggiungere un accordo valutario globale come quello firmato proprio lì nel 1985 per invertire l'ascesa del dollaro, che aveva gonfiato il disavanzo commerciale Usa. Sui mercati valutari continua a circolare l'aspettativa che le basi possano essere fissate nell'incontro dei ministri finanziari e dei governatori del G-20 questo fine settimana in Corea e suggellato dai capi di stato e di governo il mese prossimo (anche se "accordo di Seul" non è glamorous come Plaza Accord).
Ma una replica del Plaza non è affatto probabile, né consentirebbe di risolvere quello che ormai, nella definizione di un banchiere centrale, è "un problema politico": il deficit nei commerci degli Usa con la Cina, ovvero l'invasione del mercato americano da parte dell'export cinese.
Un'intesa stile Plaza oggi resta lontana soprattutto perché, a differenza di allora, non si tratta più di mettere d'accordo tre protagonisti (Usa, Giappone e Germania, di cui uno, Washington, dominante) ma di combinare un numero molto più alto di attori, le cui economie hanno interessi divergenti (oltre a Usa e Giappone, occupano oggi il centro della scena Cina, Brasile, India e, al posto della Germania, un'Europa non sempre unita). Inoltre, gli scostamenti da un teorico cambio di equilibrio (ammesso che sappiamo come calcolarlo, riconosce il direttore del Fondo monetario, Dominique Strauss-Kahn) sono enormi: da una sottovalutazione attorno al 20% delle monete asiatiche a una sopravvalutazione, più contenuta, del real brasiliano e dell'euro, secondo i calcoli di Bill Cline e John Williamson. Una correzione di questa entità è indigeribile politicamente in Cina.
Un confronto con il Plaza, che peraltro fu supportato da interventi coordinati sui mercati oggi difficili da ipotizzare, rivela secondo un'analisi di David Bloom di Hsbc che, come oggi, il deficit di parte corrente Usa era al 3% del Pil, la disoccupazione alta e il timore che i posti di lavoro americani venissero perduti a favore degli stranieri (allora i giapponesi) pure. Il Plaza produsse una svalutazione del dollaro addirittura del 40% nei confronti dello yen, e, nel giro di un paio d'anni, una riduzione del disavanzo estero Usa e della disoccupazione.
Non ci fu però alcuna contrazione significativa del surplus giapponese, il cui export verso gli Usa continuò a prosperare nonostante il dollaro debole. Fu quello che diede vita allora al Japan bashing, alle bastonature dei politici e di parte dell'industria Usa al Giappone. Lo stesso fenomeno si ripete oggi nei confronti della Cina. Le intese valutarie di allora ebbero anche l'effetto collaterale indesiderato di produrre prima la bolla, poi la stagnazione ultradecennale del Giappone. Una lezione che Pechino ha ben presente. E che impedirà un prossimo appuntamento al Plaza.
alessandro.merli@ilsole24ore.com
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20/10/2010