L'acciaio aggancia la ripresa

I bilanci della siderurgia italiana, dopo un 2009 da dimenticare, tornano in positivo. Un recupero non omogeneo, quello registrato nel 2010, ma che comunque può essere considerato il punto di partenza per intercettare quella ripresa che, se nel mondo parla cinese, brasiliano e indiano, in Europa è trainata dall'industria manifatturiera tedesca.
«Il 2010 – conferma il bergamasco Flavio Bregant, da due anni direttore di Federacciai, la federazione di Confindustria che riunisce gli industriali siderurgici italiani – è stato un anno nel complesso positivo, anche se non sufficiente a recuperare il terreno perso nel 2009. Durante gli scorsi dodici mesi le acciaierie italiane hanno prodotto 25,7 milioni di tonnellate di acciaio, il 29,8% in più rispetto all'anno precedente. Mancano tuttavia 16 punti percentuali per tornare ai livelli del 2008, quelli cioè di prima che la crisi mondiale si abbattesse in maniera rovinosa sull'economia italiana».
Internazionalizzazione dei mercati, dinamiche speculative nella formazione del prezzo delle materie prime, energia, nucleare, sostenibilità ambientale, occupazione, piano casa, ritardi nelle politiche nazionali di rinnovamento della dotazione infrastrutturale. È lunga la lista delle questioni aperte sul tavolo di Federacciai.
Ma a preoccupare i vertici di Federacciai è soprattutto il ritmo a due velocità espresso dal complesso del comparto. «Da un lato – prosegue Bregant – chi fornisce il settore meccanico, grazie soprattutto alla spinta esercitata dalla domanda del settore dell'auto tedesca, ha riacquistato commesse che hanno ridato ossigeno alle lavorazioni. Ancora al palo, invece, chi produce semilavorati per l'edilizia, i cosiddetti lunghi. Il recupero sul 2009, al di sotto i 10 punti percentuali, non basta neanche lontanamente a coprire il -40% registrato sull'anno precedente».
Se infatti l'edilizia privata non sembra, nemmeno per il prossimo futuro, riservare spazi di manovra sufficienti a fare da volano ai produttori di lunghi, nemmeno le opere pubbliche stanno generando una domanda sufficiente a risollevare gli ordinativi. «Il Cipe ha sbloccato alcune grandi opere, che tuttavia non sono ancora cantierizzate. A parte la Brebemi, infatti, oltre alle parole, nulla ancora si vede sul versante Pedemontana e Tangenziale esterna milanese. A ciò, poi, si devono aggiungere le non indifferenti difficoltà finanziarie della Pubblica amministrazione e dei Comuni, imprigionati dal patto di stabilità. Anche il piano casa è fermo, e ciò non può che influire negativamente anche sul settore siderurgico».
Insomma, per il direttore generale della federazione degli acciaieri, se è vero che c'è stata una "ripresina", la situazione appare ancora critica, specie se raffrontata con quanto sta avvenendo oltre i nostri confini. «I dati sul Pil confermano la grande diversità fra la nostra economia e quella tedesca. Malgrado il recupero registrato nel 2010, infatti, siamo ancora lontani dalla velocità di reazione che ha avuto la Germania nell'affrontare la crisi».
Un quadro a macchie di leopardo che ha finito per interessare anche la dinamica occupazionale. I produttori di lunghi stanno ancora utilizzando in maniera massiccia gli ammortizzatori sociali, mentre nel comparto dei piani le cose vanno decisamente meglio. «Produciamo di più, è vero, e dal punto di vista occupazionale, dopo il massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali, anche l'utilizzo della Cassa integrazione guadagni si è progressivamente ridotto. Ciò però non significa che si sia completamente fugato lo spettro di nuove riduzioni dei ritmi di produzione».
Altro tasto "dolente" sottolineato dagli affiliati a Federacciai riguarda la dinamica delle importazioni di acciaio dal l'estero (+35% rispetto al 2009). «Un tema da non sottovalutare – tiene a sottolineare Bregant – dato che i flussi di acciaio in entrata alle nostre frontiere sono in continuo aumento. Il mercato si è globalizzato e il traffico di prodotti siderurgici è ormai su scala mondiale. La produzione siderurgica dei paesi a veloce capitalizzazione sta continuando a crescere. Ciò, tuttavia, non è dovuto solo all'allargamento della domanda interna, ma anche dalle politiche di sostegno all'export messe in campo in questi anni. Il risultato, tuttavia, è che in Europa continuano ad arrivare carichi di acciaio a prezzi molto bassi, fuori mercato, che finiscono per penalizzare le produzioni nazionali».
Dinamiche globali a parte, tuttavia, per Bregant, un dato è certo: il nostro paese, rispetto ai suoi più diretti competitors, è più lento nel risalire la china e manifesta una difficoltà strutturale ad agganciare la ripresa. «Paghiamo a caro prezzo il non aver saputo passare dai progetti sulla carta ai progetti reali, diversamente da quello che hanno fatto paesi come la Germania, dove il governo ha stanziato ingenti fondi per avviare e sostenere la ripresa, dando vita a investimenti importanti». L'indicazione è chiara. All'Italia, se si crede ancora nella manifattura come strumento di crescita e di creazione di ricchezza, serve una classe politica con un forte approccio decisionale per smobilitare in tempi rapidi le risorse economiche e, ancora di più, per tradurre in opere concrete – in primis gli interventi infrastrutturali cantierabili da subito – i mezzi economici a disposizione.
Troppe variabili, dunque, per avanzare previsioni affidabili sul 2011. «Guardando all'anno in corso, intravediamo ancora un primo semestre in linea con il 2010. Malgrado già a gennaio abbiamo registrato un +10% sul gennaio 2010, solo nella seconda metà dell'anno potremo capire l'affidabilità di questi segnali di miglioramento, poiché oltre al fatto che le dinamiche di settore sono estremamente differenti per lunghi, piani e forgiati, anche la caoticità della situazione geopolitica che si è venuta a creare nel bacino sud del Mediterraneo influenzerà non poco i nostri trend».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

I numeri



08/03/2011