Italia-Cina, joint venture in formato Pmi

Lo shopping di imprese italiane non è in cima alla lista delle priorità delle Pmi cinesi. E ancora di meno lo è l'acquisto di brevetti da portare in Cina, depauperando il patrimonio tecnologico del made in Italy. Le imprese del Dragone vogliono partnership. L'Italia ci mette il know-how, la Cina contribuisce con le materie prime, la liquidità e la capacità produttiva. Complementari anche gli obiettivi: queste joint venture aprirebbero alle nostre aziende l'immenso mercato cinese, mentre per le loro Pmi l'Italia farebbe da piattaforma per estendere il business in tutta Europa.
È questo lo spirito con cui un manipolo di Pmi e di rappresentanti istituzionali della municipalità di Shanghai – il centro nevralgico della Cina economica – la settimana scorsa è sbarcato a Milano, dove ha incontrato altrettanti enti e imprenditori lombardi. L'occasione è stata l'Italy-Shanghai SME Enterprises Cooperation Forum, che ha visto la partecipazione di cinque associazioni di settore (Confartigianto Lombardia, Cna Lombardia, Ali, Assolombarda, Confapindustria Lombardia) e della Regione Lombardia, sotto la regia di Promos-Camera di Commercio di Milano. Continua così il filo rosso della conoscenza reciproca e della costruzione di business tra due regioni-traino dei rispettivi Paesi. Inaugurato lo scorso novembre con la missione lombarda a Shanghai, questo percorso di avvicinamento verrà rinnovato il prossimo autunno con una nuova visita del sistema Lombardia nella megalopoli cinese.
È l'altra faccia della Cina, quella che è arrivata in Italia in cerca di business. Mettiamo per un attimo da parte le multinazionali: la Cina è molto più simile a noi di quanto non si pensi a prima vista. «Soltanto a Shanghai ci sono 400mila Pmi, di cui 50mila sono imprese a carattere familiare» spiega Jonathan Goo, vicepresidente della Shanghai Small & medium-sized enterprises development service center. Imprese private: e lo Stato cinese fa molto per spingere la crescita delle Pmi e il loro sbarco sui mercati internazionali. «La legge per promuovere le Piccole e medie imprese in Cina risale al 2002 – racconta Goo – e ogni singolo ministero ha una parte di budget riservata alle Pmi. Il primo gennaio di quest'anno, invece, a Shanghai è entrata in vigore la nuova normativa per il supporto e il finanziamento dei piccoli a 360 gradi: dallo sviluppo delle risorse umane all'informatizzazione». A Shanghai c'è anche un fondo ad hoc per i piccoli imprenditori più creativi: «Nel 2009 era di 40 milioni di yuan, circa 4 milioni di euro – ricorda Goo –. L'anno scorso è già salito a 60 milioni e quest'anno sarà ancora di più».
Mr Goo rassicura i suoi interlocutori italiani: «Vogliamo partnership, vogliamo fare affari insieme, ci interessa il vostro know-how, la vostra abilità nel design. Qualche Pmi cinese ha fatto acquisizioni, è vero, ma si tratta di una minoranza e qualche operazione si è rivelata perfino fallimentare. Troppo diverse le vostre leggi, troppo diversa la vostra cultura».
Il gap culturale, appunto. A detta tanto degli imprenditori lombardi quanto di quelli cinesi, è un discreto ostacolo nella costruzione degli affari. Anche le dimensioni d'impresa rientrano in questo capitolo: la Cina considera Pmi le realtà imprenditoriali con meno di 2mila dipendenti. Da noi, aziende così, sono indiscutibilmente grandi. Eppoi c'è il nodo della proprietà, che nel Paese del comunismo reale non è scontato che sia privata. Un altro inghippo rilevante è quello dei visti, un'annosa questione: «Per l'Italia ce ne occorre uno per ogni viaggio di lavoro – ricorda Goo – e in alcune province cinesi ottenere ogni volta l'ok è complicato. Negli Stati Uniti un solo visto basta per tutto l'anno».
Le autorità cinesi a Milano sono venute anche per studiare il nostro sistema-Pmi. Anche il Giappone e gli Usa lo stanno facendo, sostiene Mr Goo. Un servizio che a Shanghai ci invidiano? Quello dei Confidi: «Registriamo la volontà di conoscere e diffondere in Cina gli strumenti di supporto delle Pmi già attivi in Italia: i Confidi, ma anche i consorzi export e i centri servizi tecnologici», ha ricordato Andrea Gibelli, vicepresidente della Regione Lombardia, intervenuto al Forum. Tanto che alcune banche italiane si sarebbero già dette interessate a sbarcare in Cina con questi strumenti di garanzia del credito.
micaela.cappellini@ilsole24ore.com
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Megalopoli sì, ma a misura di piccola impresa

400 mila

PMI A SHANGHAI
La megalopoli di Shanghai, che ospita circa 18 milioni di abitanti, conta qualcosa come 400mila Piccole e medie aziende. Di queste, 50mila sono imprese familiari. Non bisogna dimenticare, però, che la definizione cinese di Pmi comprende tutte le imprese con meno di 2mila dipendenti

6 mln €

FONDI PER LE PMI A SHANGHAI
La Commissione economica della municipalità di Shanghai nel 2010 ha stanziato 60 milioni di yuan per supportare le attività delle Piccole e medie imprese più innovative. La cifra a disposizione delle Pmi di Shanghai cresce ogni anno di più: soltanto nel 2009 lo stanziamento ammontava a 40 milioni di yuan

50 %
IL RIMBORSO SPESE
Grazie al programma "SMEs Global market development fund", la Camera di Commercio di Shanghai rimborsa fino al 50% delle spese che le Piccole e medie imprese sostengono per promuovere la propria internazionalizzazione: dal biglietto aereo ai costi di consulenza nei Paesi preselti

6 mila €

LA PAGA DI UN DIRIGENTE
In Cina, oggi, un capo del marketing o un responsabile della produzione costano all'azienda circa 6mila euro lordi al mese. Si tratta di stipendi quasi paragonabili a quelli elargiti in Italia, ma che in Cina consentono a chi li guadagna un potere d'acquisto decisamente maggiore

30/05/2011