Ipotesi cinese per la A. Merloni

Paolo Bricco
Ipotesi cinese per la Antonio Merloni. O, almeno, per i suoi elettrodomestici.
Ieri, in un incontro al ministero dello Sviluppo economico formalmente organizzato per discutere dell'accordo di programma fra governo e enti locali, sono emersi alcuni dettagli sul fantomatico gruppo asiatico di cui, da settimane, si vociferava un interessamento per una delle vecchie glorie decadute del capitalismo italiano.
Il nome del potenziale cavaliere bianco: Machi China Holding Group. Secondo quanto riferito a Roma dal presidente della Regione Marche Mario Spacca, da sei mesi questa conglomerata partecipata dallo Stato cinese studierebbe l'acquisizione. Una decisione in merito dovrebbe essere presa entro la fine di febbraio, stando alle parole di Spacca, il quale ha incontrato i vertici della holding a Pechino, all'inaugurazione della mostra su Padre Matteo Ricci.
Ieri, nei colloqui fra gli uomini del ministero, i rappresentanti degli enti locali e i sindacalisti, a un certo punto avrebbe addirittura fatto capolino una cifra: 700 milioni di euro. Questo la somma che i cinesi potrebbero impegnare. Una somma che già di per sé coprirebbe abbondantemente i 600 milioni di euro di debiti iscritti al passivo. Dunque, una fiche sufficiente per ristrutturare sotto il profilo industriale e commerciale un gruppo che ormai vive con il respiratore attaccato.
Ieri, naturalmente, l'ipotesi cinese ha riscaldato i cuori dei lavoratori (3.200 diretti nella sola Antonio Merloni, senza contare l'indotto), dei sindacati e dei politici, nazionali e locali. Tuttavia, restano non poche incognite. Una fonte vicina al dossier, per esempio, spiega come, almeno in Italia, nessuno abbia ancora agito su un preciso e formale mandato del gruppo cinese. Un primo contatto con gli advisor finanziari della ristrutturazione, ossia gli uomini di Mediobanca, ci sarebbe stato. I primi abboccamenti con Piazzetta Cuccia sono però ancora nella fase del pieno accreditamento della controparte.
La realtà quotidiana resta dura. Dall'incontro di ieri di concreto è uscito poco. Sindacalisti e politici locali credevano di lasciare Roma avendo in tasca la firma dell'accordo di programma. Così non è stato. Una decisione, però, è stata presa: entro la fine del mese di febbraio ci dovrebbe essere la firma dell'accordo di programma (investimenti, formazione e infrastrutture per ridurre l'impatto della deindustrializzazione intorno agli stabilimenti nelle Marche, in Emilia Romagna e in Umbria). La disponibilità finanziaria da parte del governo dovrebbe essere di 40-50 milioni di euro, a cui andranno aggiunte le risorse che le Regioni riusciranno a reperire con i propri bilanci e il fondo sociale europeo.
Speranze cinesi a parte, un'altra cosa certa è che la quotidianità è dura e complessa: le «macchine» girano per cinque-sei giorni al mese, l'attività produttiva è ai minimi vitali. Inoltre, continuano le trattative per la cessione delle attività estere e della Tecnogas.
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09/02/2010