IO E PADRON HU: "AAA. CASA CERCASI"

IO E PADRON HU: "AAA. CASA CERCASI"
Shanghai, 23 lug. - Dal diario del dicembre 2009, Shanghai. Prendo oggi possesso del mio nuovo appartamento. La mia nuova casa. Non immaginatevi un gran trasloco: libri, Pokemon e animaletti sono tutti in Italia, non servono gru né impresine di facchinaggio. Il taxi con il quale arrivo al condominio di Xinle Road è comunque pieno di valige e sacchi di polipropilene gravidi di ogni bene e mercanzia. Vestiti alla moda, quaderni fitti di appunti – che definirei codici se non fossi tanto modesto –, gattini d'oro che salutano, oggetti di arredo e arte moderna, un tappeto di finto
bufalino tibetano, l'Intellevision del 1984, un lettore di DVD, la teca del geco da compagnia e così via. Le braccia sono due, le spalle pure, con la gamba destra spingo la settima
valigia. Nel farlo emetto gemiti da partoriente, ma questo non basta ad intenerire la guardia condominiale o il portinaio, che mi stanno guardando apparentemente senza sospetto né commozione.  Abbozzo un saluto: "Nimen hao!" Niente. Risaluto, sorrido con gli occhi, nessun risultato evidente. Ammetto che il sorriso d'occhi, mentre sto spostando una colonna d'Ercole,
potrebbe essere stato poco più che un ghigno da pazzo, ma il "buongiorno a voi" è stato scandito con dizione da scuola di Mandarino, "the spring-roll is on the table".

Faccio qualche viaggio per scalare i 7 gradini che mi conducono all'atrio del condominio. Ricchezza di polimeri marmorei, compensati d'alabastro, vasi ming. Sulla sinistra la buia postazione del portinaio, di fronte la parete con benemerenze incorniciate che promettono di entrare in un condominio modello. Sulla destra, la porta d'accesso al corridoio degli ascensori, da sbloccare digitando un codice numerico. Digito come mi è stato spiegato: 1, 2, 3, 4. Non funziona, la porta rimane chiusa. Grazie a questo piccolo incidente attiro l'attenzione della guardia e del portinaio, che mi dicono: "L'hai sbagliato!" Per lo meno li ho fatti ridere un po'. Non mi comunicano il codice corretto: citofono per farmi aprire da Mr Hu, il facente funzione padrone di casa (il vero padrone di casa, latifondista immobiliare, si starà forse godendo la vita in qualche karaoke o sulla riva di un lago artificiale). Mr Hu mi attende al dodicesimo piano, appartamento 5. Con lui c'è anche una signora che sta rassettando, un operaio che martella il divano e un giovane hacker che setta la televisione. Padron Hu mi consegnerà le chiavi, ufficializzando così l'inizio del domicilio, ma prima mi deve introdurre ai misteri della casa. Per qualche motivo sul quale non mi voglio interrogare, oggi Padron Hu fa il sordo muto (mi scuso se non uso l'eufemismo).

Ieri abbiamo parlato in "Cinese". Certo, ho dovuto aiutarmi con un po' di mimica e vignette disegnate al momento, ma in teoria si è parlato per un paio d'ore, definendo i dettagli del contratto, le minuzie delle clausole. Oggi invece Mr Hu dà per scontato che non parlo una parola di Mandarino e mi regala lo spettacolo indimenticabile del mimo Shanghainese. Gli amici cinesi non sono soliti farsi aiutare dai gesti, per favorire la comunicazione. Padron Hu invece inizia uno spettacolo che, avessi un maggior fiuto per gli affari, avrei dovuto riprendere con la videocamera. Inizia dalla stanza più lontana: mi fa cenno di seguirlo indicandomi un immaginario sentiero che ci conduce alla camera da letto. Accende l'aria condizionata – unica fonte di riscaldamento, perché in teoria Shanghai è al sud, e anche se d'inverno si va sotto zero, il governo ha stabilito decenni fa che al sud fa caldo: niente termosifoni –. Si avvicina al bocchettone saltando, allunga il braccio per sentire la temperatura, incita a fare lo stesso ripetendo il gesto con teatralità. Mi avvicino, l'aria è calda, effettivamente. Mi indica il letto: mima il riposo, raccogliendo le due mani sotto la guancia destra, reclina la testa e assume un'aria da angioletto che dorme. Indica poi i comodini e gli armadi. Apre ogni cassetto ed emette un suono per ogni movimento. Mima la massaia che piega una maglia e la ripone al suo posto.

Passiamo al bagno. Apre la doccia, accende il ventilatore, le luci, tira l'acqua del water, apre i cassetti… e poi – mi volto nella speranza di non essere il solo a godermi tutto ciò – si specchia e fa il gesto d'imbellettarsi. Si gira, si sistema il riporto, cerca il profilo migliore roteando gli occhi verso il lato sinistro, infine tira fuori la lingua per controllarne il colore: "lo specchio, capisci?" Finalmente si può andare nello studio. Accende il lettore di CD, non funziona, panico. Gli spiego che non si sente nulla solo perché manca il disco, si tranquillizza immediatamente. Riprova con la radio: funziona! Mi indica orgogliosamente l'antennina di plastica che ha attaccato al muro, a due metri di altezza, per intercettare le radio locali. Siede alla scrivania e si mette a scrivere per finta. "Scrivere!" la prima parola in cinese da quando sono entrato. Seconda camera. La dimostrazione del divano letto è troppo lunga anche per la paziente ospitalità di codesto sito, vi basti sapere che ad un certo punto ho veramente pensato che Padron Hu si fosse assopito, con scarpe e tutto, nella posizione fetale. "Benissimo!", urla all'improvviso la seconda parola: il finto assopirsi faceva parte della recita. Secondo me ha il mal di schiena, intuisco qualche scossa cervicale: d'altronde il divano ha il profilo di una amaca, è fatto per schiene pre-adolescenziali.

Passiamo al salotto. Padron Hu ha ascoltato una mia precedente richiesta, sostituendo un televisore a tubo catodico in bianco e nero con uno schermo al plasma, un Panasonic di 42 pollici. Il giovane hacker l'ha collegato ad un mangia-cassette VHS. Mi mostra molti dei 19 canali della CCTV (la RAI Cinese). Zapping su film in costume, accenna ad una mossa di kong fu. Finalmente la cucina. Qui il Nostro dà il meglio di sé. Accende l'acqua calda. Tiene la mano sotto il getto fino a che non raggiunge la giusta temperatura, poi mi invita a controllare: è da ustione! Come può tenere la mano ferma là sotto? Poi passa a forno e fornelli. Mi fa infilare la mano ancora fumante nel fornetto, poi mi invita a passare il palmo sul fuoco dei fornelli. Effettivamente il fuoco è caldo. Inizia poi ad aprire ogni sportello e dà una dimostrazione d'uso per ogni singolo attrezzo da cucina. Al momento dei bicchieri inscena la finta bevuta: a testa alta e braccio quasi disteso sopra di essa, labbra a cuore, prende a fare un verso rumorosissimo e risucchiante, come a sorbire una zuppa calda. Il verso, di timbro potente, è tenuto per circa trenta secondi d'orologio. In apnea, roba professionale. Quando finisce, è rosso paonazzo, come avesse veramente tracannato una bottiglia di grappa al riso, e contento come un bambino. Credo si sia ubriacato.

Siamo ora pronti per la cerimonia della consegna delle chiavi. Credo di essermi già affezionato al mio facente funzione padrone di casa, Padron Hu.

Gianluca Morgese. Imprenditore a basso budget di Provincia Italiana che si trova a vivere nella Provincia Cinese all'inseguimento di lavori di nicchia. Settori che nessun business man solido si prenderebbe la briga di coprire, in luoghi spesso lontani dai bagliori di Shanghai e le suggestioni di Pechino. Durante una cena con altri 95 commensali ha un'esperienza gastro-mistica: un occhio, forse suino, lo sta fissando dal suo cucchiaio da zuppa. Da qui la decisione di raccontarvi, senza pretese di verità ma con imparzialità fotografica, ciò che vede della sua amata Cina, durante i suoi viaggi e la sua vita di provincia.

La rubrica "Lettere dalla Cina" ospita gli interventi di giovani italiani che vivono e lavorano in Cina, offrendo spunti di vita quotidiana e riflessioni originali. Andrea Bernardi, Corrado Gotti Tedeschi, Elisa Ferrero e Gianluca Morgese.


 

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