Intervista a PAOLO GALIMBERTI, presidente del gruppo dei Giovani Imprenditori di Confcommercio 

Intervista a PAOLO GALIMBERTI, presidente del gruppo dei Giovani Imprenditori di Confcommercio 

 

Shanghai, 2 lug. - Presidente, ci può introdurre alla realtà del gruppo che rappresenta?

 

2 lug. - Il Gruppo dei Giovani Imprenditori di Confcommercio è un gruppo doppiamente giovane: sia perché, nato nel 1988, ha solo 22 anni di storia; sia perché rappresenta i giovani (under 40) che fanno impresa. Confcommercio è la più grande associazione di imprenditori italiani, con circa 750.000 imprese associate; e al suo interno i giovani sono 250.000. Il Gruppo dei Giovani Imprenditori rappresenta una parte estremamente importante del nostro sistema economico: non solo perché ne rispecchia la struttura, ovvero la piccola media impresa (PMI), ma anche perché contribuisce per circa il 15% al Pil nazionale. La spina dorsale del sistema economico italiano è costituita dalla PMI: il 95% delle aziende ha meno di 10 addetti, garantisce l'80% dell'occupazione e produce il 70% del Pil. I nostri associati rispecchiano questo profilo; tra di loro il 60% opera nel commercio, il 30% nei servizi e il restante 10% nel turismo. Abbiamo imprenditori di prima e di seconda generazione, imprenditori che hanno creato la propria impresa e imprenditori che hanno ereditato l'impresa di famiglia.

 

Cosa offrono i giovani – in virtù della loro giovane età – al sistema economico italiano?

 

I giovani danno tantissimo al Paese. Innanzitutto danno continuità e crescita. Sono i maggiori creatori di nuova impresa e, considerato che il nostro tessuto economico si basa sulla PMI, è sostanzialmente grazie al loro lavoro che si reggerà il futuro del sistema economico del Paese Italia. Inoltre, con un approccio molto spontaneo, fanno innovazione. Un'innovazione che può venire dalla ricerca e sviluppo, ma anche semplicemente dalla freschezza con cui degli occhi nuovi guardano un problema. Come dicono gli americani, i giovani sono in grado di 'pensare fuori dalla scatola' per fare delle cose che si pensava non potessero essere realizzate. Recentemente in Italia è stata varata una manovra di circa 25 miliardi. Non ho nulla da ridire in merito, se non che non supporta i consumi ed è troppo leggera sulla crescita e sullo sviluppo. Keyneisiano di estrazione, non posso avere una visione economica diversa dal fatto che la ripresa economica debba essere trainata dai consumi. Relativamente alla seconda critica, i dati dell'OCSE riferiscono che i giovani italiani sono i maggiori e i migliori creatori d'impresa. I maggiori perché sono quelli che fanno più imprese rispetto al numero di abitanti in confronto dei nostri cugini europei; i migliori perché il tasso di mortalità delle neo imprese nei primi tre anni di vita è il più basso in assoluto. Nel nostro DNA abbiamo il gene dell'imprenditorialità: fondiamo tante imprese di qualità, così duttili e versatili da resistere a tsunami finanziari che hanno invece fatto crollare corporate mondiali e super capitalizzate. È questo l'aspetto su cui dobbiamo incidere e spingere. Ecco perché mi sarei aspettato all'interno della manovra un maggior sostegno alla giovane imprenditorialità.

 

I giovani e il mondo del lavoro. Spesso i neo laureati lamentano difficoltà nell'inserimento e accusano il sistema di non essere meritocratico. Qual è il suo giudizio in merito?

 

Faccio fatica a rispondere a questa domanda in poco tempo, avrei bisogno di un paio d'ore per rispondere accuratamente poiché è un argomento che mi appassiona molto. A mio avviso, il sistema universitario italiano è totalmente da riformare perché è basato su un concetto di economia manifatturiera che oggi non esiste più. Il settore dei servizi produce il 70% del Pil e questa percentuale è in crescita: da questo dato si deduce che il nostro modello economico è basato sul terziario (commercio, turismo e servizi) e non sull'industria, che invece contribuisce appena al 19% del Pil. Anacronisticamente, il sistema universitario è ancora basato sul sistema economico manifatturiero e sforna quindi valanghe di neo laureati destinati a una carriera da disoccupati perché non dotati di quelle competenze richieste dalle imprese che stanno sostenendo la reale crescita del Paese. Il tutto è doppiamente penalizzante, per i giovani e per il mondo dell'imprenditoria. Abbiamo dimostrato che le imprese che impiegano un numero di laureati superiore alla media crescono più delle altre; tuttavia, se non riusciamo a inserire i laureati perché le università non sono in grado di formare le competenze richieste dagli operatori nel mondo dei servizi, e se il mondo dei servizi rappresenta il motore economico oggettivo del Paese, significa che penalizziamo il nostro sistema paese. Sul concetto di meritocrazia si dovrebbe avanzare un altro discorso lunghissimo. Circa un mese fa, a Taormina, si è svolto un congresso di giovani politici che fanno impresa. Su circa 20mila giovani politici se ne sono presentati appena 400. Tra questi è stato condotto un sondaggio, che chiedeva come fossero arrivati ad occuparsi di politica. La stragrande maggioranza ha affermato di esserci riuscito tramite la spinta di qualcuno. Se noi non abbiamo nel mondo politico – che deve comandare il Paese – il concetto di meritocrazia, come possiamo pretendere che questo concetto a cascata valga anche per il mondo dell'economia reale? Ciò che mi rincuora è che il mondo che io rappresento è fatto da piccole medie imprese e l'imprenditore ha un ruolo di protagonista all'interno della sua realtà: non è disposto a trascinarsi un carro ma ha bisogno di locomotive. Quindi, data la dimensione delle nostre imprese, il concetto della meritocrazia è già intrinsecamente parte delle nostre aziende.

 

Ci spostiamo in Cina. La Cina come mercato e la Cina dell'Expo.

 

Prima di essere il Presidente del Gruppo dei Giovani imprenditori di Confcommercio io stesso sono un imprenditore e, come tale, già da molti anni ho rapporti con la Cina. Fino a pochi anni fa la Cina era vista come una grande opportunità per andare ad acquistare dei prodotti da rivendere poi in Italia a prezzi economici. Da quello che è il mio osservatorio, questa concezione si è evoluta più volte. Prima è stata la volta della delocalizzazione produttiva, poi della produzione per il mercato locale. Oggi siamo giunti ad un altro stadio: l'unione tra imprese italiane e cinesi con lo scopo di affrontare il mercato internazionale che sta divenendo sempre più competitivo. Tramite la cooperazione con le imprese italiane, la Cina sta cercando di modificare l'immagine qualitativa dei suoi prodotti. Ritengo che la convenienza muova su un doppio binario: Cina e Italia, due mercati che si interscambiano tra di loro creando efficienza, qualità e cooperazione. L'Expo. Desidero essere franco: dopo averlo visitato, ho impressioni positive e negative. Tra quelle positive, ritengo sia stato creato un grandissimo Expo. Un Expo monumentale, come quello di Parigi che ci ha regalato la Tour Eiffel, all'interno del quale molti Paesi partecipanti hanno costruito dei padiglioni straordinari. Soffermandomi su quello italiano, posso dire con grande orgoglio che uno dei più belli che ho visto e che abbiamo saputo offrire ai visitatori uno spaccato del nostro Paese, mettendo in mostra le nostre eccellenze produttive, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra arte. Tra quelle negative, secondo me pochi Padiglioni hanno seguito il tema dell'Expo e ognuno ha realizzato una vetrina del proprio Paese, seppur eccellente. Ancora, sempre tra gli aspetti negativi, ho visto un Expo poco internazionale. Mi hanno riferito che il 95% dei visitatori sono cinesi: credo poco a questo numero, i cinesi mi sembrano molti di più.

 

Quali ragioni vi hanno spinto a muovere verso la Cina in questo viaggio?

 

 

I motivi per cui il gruppo dei Giovani Imprenditori di Confcommercio si è spostato in Cina sono sostanzialmente due: in primis, capire come proiettare il mondo della PMI (operativa nei settori del commercio, del turismo e dei servizi) in Cina; in secundis, visitare l'Expo. Nel 2015 la manifestazione arriverà a Milano. Come giovani imprenditori abbiamo preparato molti progetti, alcuni dei quali sono già stati presentati ai tavoli ufficiali. Tra una quindicina di giorni incontrerò il Commissario italiano per l'Expo 2015, il sindaco Letizia Moratti. Tra i tanti progetti cui accennavo, gliene sottoporrò uno soltanto, sul quale chiederò condivisione e collaborazione. Nel 2015 termina la campagna "No Excuses" promossa dall'ONU, campagna che si propone di dimezzare il numero delle persone che soffrono la fame e che vivono con meno di un dollaro al giorno. In rappresentanza del Gruppo suggerirò al Commissario – in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri – di proporre ai Paesi che parteciperanno all'Expo di Milano la sottoscrizione del "Protocollo Milano". Dato che il tema di Milano sarà "Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita", vorremo che la città fosse ricordata per la firma di questo protocollo che si prefigge l'impegno concreto di proseguire – magari migliorando – la campagna promossa dall'ONU. Se riusciremo a convincere l'amministrazione, credo che potremmo essere soddisfatti sia come uomini che come rappresentanti sindacali del mondo delle imprese.

 

 

di Giulia Ziggiotti

 

 

 

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