INTERVISTA A PAOLO FRESU, GEGE' TELESFORO E FRANCESCO CAFISO

INTERVISTA A PAOLO FRESU, GEGE' TELESFORO E FRANCESCO CAFISO

AGIChina ha intervistato Paolo Fresu, Gegè Telesforo e Francesco Cafiso, intervenuti alla manifestazione "The Best of Italian Jazz in Shanghai", una serie di 20 concerti che dal 15 al 19 ottobre ha portato nella città dell'Expo 2010 il meglio del jazz italiano

 

Intervista a Paolo Fresu


Shanghai, 25 ott.- Shanghai non è nuova allo scenario jazz: negli anni '30 nelle concessioni occidentali alcuni hotel coloniali scaldavano le notti shangainesi al suono dei classici del jazz americano delle origini. Poi con la chiusura al mondo esterno negli anni del maoismo questo tipo di musica è stato vittima di oscurantismo, come altri prodotti culturali dell'Occidente, e solo negli ultimi anni è tornato alla ribalta. Lei che ha già suonato in Cina negli anni '90, dunque poco dopo la riapertura, percepisce delle differenze con la Cina di oggi?

 

Ho suonato a Pechino nel 1995 nell'ambito di un festival organizzato dall'ambasciata olandese: in quell'occasione sembrava di essere i pionieri di questa musica. Arrivando oggi a Shanghai ho trovato una realtà completamente diversa: ci sono jazz club, musicisti europei, americani. La città si dimostra viva, fertile. C'è una grande vitalità, forse proprio come reazione a quel buco storico. Mi sembra che la città si stia riagganciando alla realtà del passato. È una città internazionale, dove trafficano persone da tutto il mondo. Il jazz è, dal punto di vista musicale, il crocevia delle relazioni del mondo, e dunque sotto l'influenza di tutti questi stimoli la città non poteva che  risvegliarsi.

 

Ha riscontrato qualche differenza anche nella ricezione del pubblico rispetto a quindici anni fa, una maturità musicale differente dagli anni '90 ad oggi?

Sicuramente sì. Nel '95 c'era un pubblico che veniva lì a curiosare, ma di jazz non conosceva assolutamente nulla. Ricordo un seminario di musica tenuto in quell'occasione con dei ragazzini cinesi che guardavano gli strumenti come se non li avessero mai visti prima. Nella realtà dell'Expo c'è un pubblico particolare: è un pubblico vario, che cambia anche in relazione al luogo dove si suona. Nel caso del concerto all'Europe Square del 19 ottobre ad esempio, c'era un pubblico seduto estremamente attento e curioso, e poi un pubblico di passaggio che si fermava solo distrattamente ad ascoltare. Mi sembra comunque che in quindici anni molte cose siano cambiate in meglio, c'è stata una grossa evoluzione.

 

Sappiamo che Lei è uno sperimentatore e ama spaziare fra tante sonorità differenti, da quelle più classiche fino a tinte dai tratti sud-americani e africani. Come vedrebbe contaminazioni sonore tipicamente cinesi? È entrato in contatto con qualche strumento della tradizione cinese che l'ha affascinata tanto da poterlo assimilare?

In passato ho già collaborato con musicisti non propriamente cinesi, bensì vietnamiti. In diversi progetti che ho realizzato, il jazz si sporcava le mani con la musica tradizionale di quel paese. Se pure con delle differenze sono progetti che si avvicinavano alle sonorità cinesi. Un'assimilazione è assolutamente possibile: il jazz oggi può essere messo in relazione con qualsiasi musica del mondo, e la Cina ha una ricchezza dal punto di vista musicale straordinaria, che va sondata ed individuata e dalla quale si può partire per provare a fare dei progetti incrociati.

 

Al di là dei concerti ufficiali,  ha avuto modo di frequentare locali della scena jazz shangainese e di entrare in contatto con jazzisti cinesi?

La sera stessa che siamo arrivati a Shanghai siamo andati in uno dei locali jazz più famosi della città, il Jz  Club, dove c'era un ambiente bellissimo. Ho avuto modo di ascoltare un gruppo formato da musicisti cinesi ed europei che suonava veramente benissimo.

 

La cultura cinese tende a privilegiare il concetto di copia. Un genere come il jazz, che fa della sperimentazione e dell'improvvisazione il suo principio fondante, come può conciliarsi sia con un tale retroterra culturale sia con un approccio che non favorisce l'espressione individuale e che preferisce seguire binari prestabiliti? Quanto dunque può essere autentico il jazz alla cinese?

Per l'esperienza che il jazz ha vissuto in questi cento anni, esso dimostra di essere una musica spugnosa, curiosa, in grado di relazionarsi con tutte le musiche del mondo. Il problema non è tanto quello della non flessibilità di un repertorio o di una cultura, ma della capacità dell'artista di vedere questo materiale da un altro punto di vista. Il jazz può essere una musica che chiunque può fare, magari utilizzando moduli e sonorità che sembrano essere fortemente strutturati; poi è lo stesso jazzista che mette le mani dentro un materiale nuovo e riesce a farlo lievitare portandolo in una direzione completamente diversa. Questo è l'interessante del jazz che oggi più che mai è una delle musiche più universali del mondo: è una lingua che può arrivare a tutti e che indaga sulle radici della propria cultura. Una volta veniva dagli Stati Uniti e noi eravamo debitori verso questo mondo. Oggi ogni musicista jazz di qualunque nazione può fare jazz mettendo insieme quella cultura che noi conosciamo, che una volta veniva dagli Stati Uniti con la propria tradizione musicale. Questo accade in Italia, in Francia, in Spagna, in Germania, in Inghilterra, in Africa, a Cuba e credo che possa accadere anche in Cina, a maggior ragione e in modo tanto più interessante quanto più forti sono le sonorità e più importanti sono le storie musicali di un Paese, come nel caso della Cina.
Questo credo sia il senso profondo della presenza del jazz all'Expo Universale.

 

Conta dunque di ritornare in Cina?

Spero di sì. In quattro giorni non si ha modo di sviscerare, capire e approfondire. Spero che questo "aperitivo" cinese sia la premessa per un ritorno e una collaborazione futura.

            

 

Intervista a Gegè Telesforo

 

È stata la sua prima volta in Cina?

No, ci sono stato nel 2003 con Renzo Arbore e la sua Orchestra Italiana, sebbene in un contesto completamente diverso.

 

Com'è stato il suo approccio col pubblico cinese?

Sapevo che partecipando a dei concerti nell'ambito dell'Expo di Shanghai mi sarei trovato di fronte a un pubblico vario: la platea era formata da alcuni appassionati di jazz e molti curiosi. L'esperienza è stata molto interessante perché ho notato che anche quella fascia di pubblico non molto preparato nei confronti del jazz o comunque di sonorità poco cinesi ha dimostrato un grande calore e entusiasmo. Durante un mio concerto ho trovato un pubblico molto coinvolto tanto da saltare giù dalle sedie e iniziare a ballare sulla mia musica e accompagnare il tempo con le mani.

 

La Cina è un mondo che si sta rivelando aperto ed ospitale, ma soprattutto un fertile terreno per tutto quello che arriva da fuori. Vede la possibilità di sfruttare il mercato discografico cinese?

Credo ci sia molto da fare qui. Il mercato si è aperto, e adesso anche per il jazz la Cina può  essere un mercato interessante per la discografia, ma soprattutto per gli spettacoli dal vivo e per i festival. Frequentando Shanghai mi sono reso conto che i locali più belli e importanti della città sono consacrati al jazz. L'altra sera sono stato in un locale splendido, il Jz Club, che in Italia ce lo sogniamo e che non ha nulla da invidiare ai jazz club di New York.  La vera magia però era il calore e la partecipazione del pubblico, un pubblico misto di cinesi appassionati di jazz ma anche di occidentali, un ambiente internazionale e stimolante. In questi giorni ho anche incontrato alcuni direttori artistici di varie multinazionali e etichette indipendenti con cui avevo preso contatti in Italia e con i quali è iniziata subito una trattativa per un rapporto di lavoro che spero si concretizzi prossimamente.

 

Sono dunque in programma collaborazioni effettive, non solo intenzioni generiche?

Sono sicuro che per il prossimo anno tornerò in Cina col quintetto per promuovere i miei dischi, abbiamo avuto un feedback molto positivo in questi giorni che lascia ben sperare per il futuro. Mi piace molto l'ospitalità dei cinesi, sebbene con tutte le diversità culturali.

 

Che tipo di diversità culturali?

Noi siamo un popolo libero nel bene e nel male: accendendo la nostra televisione si vede ogni giorno gente che si manda a quel paese. Qui questo non succede ancora, perché politicamente c'è una situazione ben diversa dalla nostra e la creatività a volte fa paura, quand'è libera. Certamente non voglio fare un discorso politico, ho le mie idee e le tengo per me. È un paese che ci ha accolto molto bene e credo si possa fare molto in futuro. Tutto lascia ben sperare.


Intervista a Francesco Cafiso

 

Hai già avuto modo di entrare in contatto col mondo dell'estremo oriente: nel 2005 la Swing Journal (autorevole rivista di musica jazz giapponese) l'ha insignita del premio "New Star Award", poi hai suonato a Tokyo. Quella di Shanghai invece è stata la sua prima volta in Cina. Volendo fare dei paragoni, riscontra delle differenze fra pubblico cinese e nipponico?

 

Ho percepito una forte differenza: in Giappone ho notato un senso di rispetto assoluto nei confronti dei musicisti; i jazzisti amano andare a suonare in Giappone, c'è un'accoglienza sbalorditiva, è un'esperienza appagante. Inoltre vi è una conoscenza della musica jazz. In Cina il pubblico seguiva attentamente i concerti, erano incuriositi dal nostro modo di suonare, ma ho percepito un minor grado di consapevolezza nell'ascolto di questo tipo di musica.

 

Abbiamo saputo che Lei e altri musicisti italiani vi siete ritrovati dopo i concerti ufficiali in un locale jazz di Shanghai e vi siete cimentati in jam session improvvisate. Vuole raccontarci qualche aneddoto al riguardo?

 

È capitato pressoché tutte le sere: un po' perché a causa del fuso eravamo fusi e non riuscivamo a dormire, un po' perché è la prassi per ogni jazzista, siamo andati in un club (il Jz Club, ndr) . La prima sera ho suonato col mio gruppo, i 4out, e abbiamo fatto una jam session con Fresu, di Castri. La seconda sera c'era Gatto, oltre a una serie di altri musicisti stranieri: quest'anno infatti si teneva in concomitanza con la nostra partecipazione all'Expo un festival di musica jazz, dunque c'erano tanti nomi italiani e non.

 

Dunque si è confrontato con jazzisti occidentali. Ha invece avuto modo di suonare con jazzisti cinesi?

No, non ho avuto modo di incontrarli. Parlando col manager del locale ho scoperto che a causa del fatto che i cinesi non conoscono bene il jazz, oggi non ci sono molti gruppi cinesi. Spero di tornare in Cina e di poter conoscere e collaborare con qualche musicista cinese. È un posto che mi ha molto colpito, Shanghai è una città speciale, moderna e vibrante che offre tante possibilità.

 


di Veronica Scarozza

 

 

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