Inglese giustiziato in Cina, l'ira di Londra

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La Cina resta sorda alle proteste di Londra e della comunità internazionale ed esegue la condanna a morte di Akmal Shaikh, il cittadino britannico di 53 anni condannato al patibolo con l'accusa di traffico di droga.
Pechino non ha avuto clemenza, nonostante Shaikh fosse affetto da gravi disturbi mentali: secondo la difesa, infatti, l'uomo sarebbe stato sofferente di disordine bipolare e di sindrome maniaco-depressiva. Ieri mattina, come previsto dal macabro copione, Shaikh è stato giustiziato a Urumqi con un'iniezione letale, il nuovo strumento di morte messo a punto recentemente da Pechino per garantire ai condannati alla pena capitale un trapasso "più umano" rispetto alla fucilazione.
A nulla è servita la disperata iniziativa diplomatica tentata in extremis da Gordon Brown. Ieri mattina il premier britannico, una volta compreso che non c'era più nulla da fare per salvare la vita di Shaikh, si è lasciato andare a un duro sfogo contro Pechino. «Condanno fermamente l'esecuzione di Akmal Shaikh. Sono inorridito e deluso dal fatto che le nostre persistenti richieste di grazia non siano state accolte. La cosa più inquietante è che non sia stata condotta alcuna perizia psichiatrica sul condannato», dice un comunicato emesso da Downing Street dopo l'esecuzione della sentenza. Nel pomeriggio, l'ambasciatore cinese a Londra è stato convocato dal ministero degli Esteri britannico per discutere il caso Shaikh.
Fulminea è arrivata la replica di Pechino. «Nessuno ha il diritto di criticare la sovranità della giustizia cinese, neppure il governo britannico - ha tuonato un portavoce del ministero degli Esteri cinese - le cui accuse sono completamente prive di fondamento. Il processo contro Shaikh è stato condotto secondo le regole. Si tratta di un caso individuale che speriamo non danneggi le relazioni tra Cina e Gran Bretagna».
La linea di Pechino era apparsa molto chiara fin da subito: in Cina il contrabbando di droga è un reato grave punibile anche con la pena di morte, a prescindere dalla nazionalità di chi lo commette. Shaikh era stato arrestato nel 2007 all'aeroporto di Urumqi - il capoluogo dello Xinjiang, la turbolenta provincia dell'Ovest cinese crocevia del traffico di stupefacenti - mentre trasportava una valigia contenente 4 chilogrammi di eroina pura.
L'uomo si era difeso sostenendo di non sapere nulla della droga nascosta dentro il suo bagaglio, e di essere vittima di un raggiro. In seguito, durante il processo a suo carico, la famiglia e gli avvocati di Shaikh hanno continuato a sostenere questa tesi, asserendo che una banda di trafficanti avrebbe ingannato il cittadino britannico approfittando dei suoi disturbi mentali.
Ma la giustizia cinese non ha creduto né all'inconsapevolezza di Shaikh, né tantomeno all'ipotesi che quest'ultimo fosse veramente affetto da seri disturbi psichiatrici. Così, cinquantotto anni dopo la barbara esecuzione dell'italiano Antonio Riva e del giapponese Ryuchi Yamaguchi - entrambi accusati di un complotto, rivelatosi poi inesistente, per uccidere Mao Tse-tung - un altro cittadino straniero è finito sul patibolo cinese.
Era l'agosto del 1951. Da allora, in Cina è cambiato tutto. Ma la pena di morte continua a essere inflitta per ben 68 reati, compresi alcuni pecuniari. Sebbene Pechino mantenga il massimo segreto sui numeri, la Cina è il paese che vanta il triste primato mondiale di condanne alla pena capitale. Secondo Amnesty International, nel 2008 nel paese le esecuzioni sono state 1.718, contro le 346 dell'Iran e le 111 degli Stati Uniti.
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30/12/2009