In rosso dopo sei anni il commercio della Cina

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Salgono le esportazioni, ma le importazioni corrono ancora più forte. E così, per la prima volta dopo sei anni di surplus ininterrotto, la Cina accusa un deficit commerciale dando fiato alle trombe degli oppositori alla rivalutazione dello yuan.
A marzo, le vendite di made in China sui mercati esteri sono ammontate a 112 miliardi di dollari, in crescita del 24% rispetto lo stesso periodo dell'anno precedente. Frattanto, gli acquisti sui mercati d'oltremare sono stati pari a 119 miliardi di dollari, pari a un aumento del 66% sul marzo 2009. Risultato: il saldo commerciale cinese è finito in rosso per 7 miliardi di dollari.
Il primo deficit dal 2004 era ampiamente atteso dagli economisti, anche se non in queste proporzioni. Per diverse ragioni: le distorsioni statistiche stagionali (a febbraio le fabbriche erano rimaste chiuse per il Capodanno Lunare, e quindi a marzo le importazioni hanno registrato una brusca impennata); il boom degli acquisti di petrolio, gas e materie prime; l'aumento dei prezzi delle commodities. «Non c'è da preoccuparsi perché si tratta di un deficit sano, creatosi a fronte di un rapido e robusto incremento sia delle importazioni sia delle esportazioni» hanno commentato le Dogane cinesi annunciando i dati.
Il saldo negativo della bilancia commerciale non sarebbe un fatto così drammatico se non fosse che arriva in un momento cruciale per i destini dello yuan. Dopo un lungo braccio di ferro sul giusto valore della moneta cinese, proprio la settimana scorsa Cina e Stati Uniti sembravano essere riuscite a trovare un tacito accordo sulla questione.
Washington ha rinviato il rapporto atteso per il 15 aprile con cui il dipartimento del Tesoro Usa avrebbe potuto dichiarare che la Cina manipola lo yuan a scopi protezionistici. Pechino si è mostrata più possibilista sullo sganciamento del renminbi dal dollaro, condizione necessaria per la rivalutazione della valuta cinese. L'incontro a sorpresa di giovedì sera a Pechino tra il segretario al Tesoro americano, Timothy Geithner, e il vicepremier cinese, Wang Qishan, sembrava l'ultimo atto dei negoziati condotti sottobanco tra le due superpotenze.
Il deficit commerciale di marzo rischia di rimettere tutto in discussione. Sulla questione yuan la nomenklatura cinese è spaccata in due fazioni. Da un lato, ci sono i monetaristi ortodossi della People's Bank of China che ritengono che il peg tra il renminbi e il dollaro reintrodotto nell'estate 2008 fosse una misura temporanea anticrisi che ora, alla luce della ripresa, debba essere abbandonata. Dall'altro, ci sono i mercantilisti del ministero del Commercio che, invece, pensano che il cambio dello yuan debba restare ancorato alla moneta Usa fino a quando le esportazioni non saranno tornate a crescere.
In questo quadro, l'andamento del commercio estero del mese scorso ha ridato vigore alle posizioni dei falchi anti-rivalutazione. «Nonostante un tasso di cambio stabile, negli ultimi mesi il trade surplus ha continuato a ridursi fino a diventare negativo a marzo. Ciò dimostra ancora una volta che il fattore cruciale dell'equilibrio commerciale non è il tasso di cambio, bensì il rapporto tra domanda e offerta sul mercato» ha tuonato ieri il ministero del Commercio. «L'economia mondiale è ancora in fase di recupero - ha aggiunto il viceministro Yi Xiaozhun - quindi noi siamo molto preoccupati per la debolezza della domanda globale e per l'aumento del protezionismo».
Ciononostante, diversi osservatori restano convinti che ormai lo sganciamento dello yuan dal dollaro sia ineluttabile. A fronte di un'economia sempre più surriscaldata, una graduale rivalutazione dello yuan potrebbe avere due effetti positivi: una riduzione dei prezzi dei beni importati e uno stimolo dei consumi interni grazie a un aumento del potere d'acquisto domestico del renminbi. Inoltre, «l'altra sera - osserva un diplomatico occidentale - quando Wang ha incontrato Geithner sapeva già dell'esistenza del deficit. Ciò lascia pensare che i giochi siano fatti, e che i due abbiano concordato una tempistica flessibile per l'addio del renminbi al peg con il dollaro».
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11/04/2010