In Italia una presenza consolidata

Micaela Cappellini
A un estremo ci sono i grandi nomi, come il colosso delle telecomunicazioni Huawei o il big della logistica China Shipping. E dall'altro, il piccolo ristorante sconosciuto di periferia, o il negozietto che vende dai biglietti di auguri alla biancheria. Nel mezzo, c'è un universo di 26mila imprese registrate. È il mondo della Cina sbarcata in Italia, un panorama variegato che negli anni è cresciuto a un ritmo vertiginoso. Nel 2000, stando ai dati della Farnesina, le imprese cinesi nel nostro paese erano soltanto 8mila: in soli nove anni, il numero è triplicato.
In cima alla piramide stanno gli investimenti dei grandi gruppi, nel pieno rispetto della filosofia del «Go Global», letteralmente andate e investite all'estero, che i vertici di Pechino non hanno rinnegato neanche in questi tempi di crisi. Gli ultimi grandi sbarchi cinesi nella nostra penisola, però, risalgono al 2008. In particolare a settembre, quando la Cifa, che produce macchine per il calcestruzzo, è stata ceduta dal fondo Magenta al colosso cinese Zoomlion (macchine per costruzioni). Peraltro, una la maggiore acquisizione mai effettuata da un gruppo cinese in Italia. Al di là dei risultati che scaturiranno dalla missione del presidente Hu Jintao, qualche novità sul fronte degli ingressi cinesi in Italia potrebbe esserci presto: la Bank of China dovrebbe infatti aprire una nuova filiale a Milano e starebbe studiando un'ulteriore espansione nella penisola.
La buona notizia è che, nonostante la crisi, nessuno dei grandi gruppi cinesi presenti ha mostrato l'intenzione di disinvestire. Il settore automotive è tra quelli più presidiati, stando all'ultima mappatura degli investimenti cinesi in Italia fatta da A.T. Kearney. Jac e Chagan, per esempio, sono due aziende automobilistiche che sono entrate sul mercato italiano non con l'obbiettivo di vendere le loro auto, ma di acquisire nuove competenze tecnologiche, di design e di stile da sfruttare poi sul mercato domestico.
Sul fronte della logistica portuale, in Italia sono attive China Shipping e Cosco, tra i leader mondiali nel traffico container, presenti in molti dei nostri porti, Genova e Napoli in testa. Presto potreebbe arrivare anche Hna, con l'obiettivo di realizzare un sistema di trasporto intermodale in Sicilia.
Poi ci sono gli elettrodomestici Haier, uno dei marchi più noti tra quelli emergenti nell'Impero di mezzo. Nel nostro paese il colosso ha quattro sedi: la piattaforma produttiva per tutti i frigoriferi destinati al mercato europeo è a Campodoro, in provincia di Padova; poi ci sono la joint venture a Pordenone per la commercializzazione di condizionatori in Italia, mentre la società commerciale e il quartier generale europeo per gli elettrodomestici sono a Varese. Il polo italiano per Huawei sta diventando sempre più strategico: pare che qui vengano prodotti frigoriferi che, adorni di nastro tricolore, vengono rivenduti sul mercato cinese con tanto di bollino «made in Italy», perché effettivamente prodotti in Italia, come sinonimo di alta qualità.
La media dei gruppi cinesi che sono sbarcati nel nostro paese, segnala la mappa di A.T. Kearney, ha un fatturato compreso fra i 2 e i 10 miliardi di dollari, ma il 19% delle imprese presenti registra ricavi inferiori ai 500 milioni. Delle 26mila imprese cinesi censite sul nostro territorio, la maggior parte ha sede a Milano: 2.822 le aziende collezionate dal capoluogo meneghino; seguono Prato e le sue aziende tessili passate di mano, con 2.641 ditte cinesi, e Firenze al terzo posto, con 2.618.
Guardando la materia dal punto di vista dei settori, è quello del commercio all'ingrosso e al dettaglio che annovera più ditte cinesi: delle 26mila in Italia, la metà fa parte di questo settore. Il secondo è quello manifatturiero con oltre 11mila imprese, quasi il 3,3% del totale italiano. Seguono il settore alberghiero e della ristorazione (poco più di 1.300 ditte).
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04/07/2009