In Cina l'America inaugura la nuova strategia del dialogo

di Silvio Fagiolo Il viaggio di Hillary Clinton in Asia non indica soltanto che l'aquila americana intende tornare a distendere le sue ali egualmente ad Oriente come a Occidente. Né solo che la centralità della sfida economica pone la Cina e gli Stati Uniti in condizioni pressoché uniche di interdipendenza. Lo strumento del debito non potrebbe essere usato dall'una o dall'altra parte in modo unilaterale senza ricadute devastanti per le due parti, allo stesso modo dell'arma assoluta nell'equilibrio del terrore.
«Apprezziamo la costante fiducia del Governo cinese verso i titoli del Tesoro americani» ha detto il nuovo Segretario di Stato. La sua missione offre per la prima volta nel concreto, proprio nel rapporto con la Cina, l'esempio della strategia che la sua amministrazione intende seguire nei confronti degli interlocutori internazionali più difficili. Quelle potenze in ascesa, dalla Russia all'Iran, così disomogenee nella loro struttura di Governo e nella loro cultura politica, fino a porsi come forme alternative della democrazia capitalista. In Cina Hillary Clinton ha evitato di insistere sui diritti umani, il Tibet o Taiwan. Ha dovuto piuttosto rassicurare i cinesi che hanno creduto nel modello americano fino a divenirne la colonna portante; smentire i timori di un confronto protezionista con il creditore principale.
Ma una più vasta, diversa logica sorregge l'azione americana. Gli Stati Uniti abbandonano l'illusione della democrazia imposta con la forza. Non si ritirano certo dietro le loro barriere fisiche ed economiche, delusi dal mondo. Tanto meno ripropongono l'alternativa del contenimento, del cordone sanitario intorno ai Governi che non rispettano le regole della condotta internazionale. Optano invece per il loro coinvolgimento. Una visione di lungo periodo che conta di far leva sul benessere e l'educazione come capaci di suscitare una domanda di partecipazione. Muovendo dalla convinzione che intorno agli istituti del capitalismo, primo fra tutti la proprietà privata, sia alla lunga indispensabile costruire il primato della legge, il vincolo del contratto. Il mercato americano ha creato in Cina benessere senza precedenti e mantenuto la stabilità sociale. E proprio il tracollo di quel modello renderebbe la Cina particolarmente vulnerabile.
Si tratta di un nuovo sostenibile equilibrio tra interessi e valori americani. Valori che comunque non dovranno più subire sul piano interno le eccezioni che Bush aveva introdotto per motivi di sicurezza e che avevano reso meno credibile la sua crociata per la democrazia. In questa logica anche i processi elettorali non hanno un valore assoluto, possono anzi far emergere la sopraffazione e l'intolleranza. Il gradualismo dovrebbe far leva sulla promozione della società civile, il rafforzamento di alcuni principi come il primato del diritto, l'autonomia del potere giudiziario, la libertà di associazione.
Le nuove autocrazie a loro volta non possono porsi come i campioni di un ordine globale o regionale alternativo, tanto meno destabilizzare quello esistente dal quale sono così dipendenti. Non solo le loro economie non sono chiuse. Anche la componente più evoluta e mobile della loro società è divenuta parte di una elite internazionale cosmopolita ed interdipendente. La confluenza di costoro in una rete internazionale di orientamenti condivisi impedisce di riproporre la dicotomia "loro contro di noi". Il significato decrescente dell'uso della forza, la densità delle regole internazionali, l'interdipendenza ambientale ed energetica pongono limiti al revisionismo che pure in nome di una nuova gerarchia internazionale queste potenze potrebbero essere tentate di portare avanti.
Il Governo americano, lo ha detto la Clinton, sarà più atteno alle diversità storiche e culturali, alle peculiarità dei suoi difficili interlocutori. Punterà sulla adesione e non sulla marginalizzazione. Tanto più che questi Paesi, la Cina come la Russia o l'Iran, hanno dietro di sé un'esperienza di umiliazioni e disfatte e quindi sono ossessionati dal rango e dal trattamento loro riservato.
Si tratta di processi lunghi e laboriosi, forse, osservano i critici, troppo lunghi per avere una rilevanza politica o strategica. Ma non ci sono dubbi che il viaggio di Hillary Clinton in Cina mostri con quale fermezza, ma anche con quale pazienza gli Stati Uniti si accingono a impedire un ritorno alle rivalità fra le nazioni del diciannovesimo secolo per promuovere invece la globalità, le istituzioni, le interdipendenze.

24/02/2009