In Cina inflazione sopra le attese

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
L'inflazione non concede tregua al Governo cinese. Anche ad aprile, l'indice dei prezzi al consumo ha segnato un aumento su base annua del 5,3 per cento. Si tratta di un dato leggermente inferiore al mese precedente, quando l'inflazione si era portata al 5,4% toccando il livello più alto degli ultimi 32 mesi, ma superiore alle stime degli analisti che si attendevano una battuta d'arresto più marcata.
È vero, ad aprile i corsi dei generi alimentari, i principali responsabili delle spinte rialziste che dalla scorsa estate in poi hanno mandato alle stelle il costo della vita in Cina, hanno registrato una lieve flessione: +11,2% contro un +11,7% di marzo. Ed è anche vero che altri dati comunicati ieri da Pechino segnalano un timido raffreddamento della congiuntura cinese: prezzi alla produzione +6,8% contro il 7,3% di marzo; produzione industriale +13,4% contro +14,8%; vendite al dettaglio +17,1% contro +17,6%; base monetaria (l'aggregato M2) +15,3% contro 16,5% del mese precedente.
Tuttavia, sarebbe prematuro affermare che l'inflazione ha iniziato a battere in ritirata. Pechino dovrà attendere almeno fino all'estate. La nomenklatura, memore delle esperienze passate e consapevole della fragilità sociale del Paese, considera oggi l'inflazione il nemico pubblico numero uno dell'ordine e della stabilità. Per contrastarla il Governo continuerà a muoversi su quattro fronti.
Il primo è quello monetario: gli analisti si attendono ulteriori giri di vite del credito nei prossimi mesi, sia sotto forma di nuovi rialzi della riserva obbligatoria che di altri aumenti del costo del denaro. Il secondo è quello delle aspettative d'inflazione che, attivando un perverso meccanismo psicologico, alimentano la spirale rialzista dei prezzi. «I nostri listini estivi scontano già abbondantemente l'inflazione attesa nei prossimi mesi», spiega il dirigente di una multinazionale alimentare. Come ha detto più volte il premier Wen Jiabao, il Governo deve produrre il massimo sforzo per rompere questa spirale viziosa.
Il terzo è il controllo e la diversificazione delle riserve valutarie. Nel primo trimestre 2011 il tesoretto in moneta pregiata cinese è lievitato a 3.045 miliardi di dollari (+197 miliardi rispetto al 31 dicembre 2010). Questa enorme massa di valuta in ingresso contribuisce alla creazione di nuova liquidità, perché per assorbire ogni dollaro che entra nel Paese la Banca centrale deve stampare 6,4 yuan. Così, sebbene la Pboc si prodighi quotidianamente per "sterilizzare" gli introiti di valuta estera, l'offerta di moneta continua a lievitare spingendo verso l'alto l'inflazione. Il quarto è quello su cui Pechino ha minor poter d'intervento: l'inflazione importata dovuta ai massicci acquisti di energia e materie prime sui mercati mondiali. Su questo fronte, negli ultimi giorni è arrivato qualche timido segnale confortante. Ma per ora anche questo è solo un segnale.
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12/05/2011