In Cina il falso « brucia» l'originale

Rita Fatiguso
Il formaggio è di pecora, però sull'etichetta la pecora non c'è. È stampigliata la sagoma di una mucca.
Dov'è il trucco? Il formaggio è made in China e, francamente, al produttore cinese la differenza non balza all'occhio più di tanto, pecora e mucca per lui uguali sono. L'unico formaggio che i cinesi conoscono, del resto, è quello di soja.
Non è un caso se Coldiretti segue con grande attenzione il fenomeno dei falsi nel settore dei formaggi (si veda la foto qui a fianco che riproduce una serie di etichette individuate dalla Confederazione dei coltivatori diretti).
L'Italia vanta ben 35 riconoscimenti di origine su un totale di 182 in Europa, il fatturato alla produzione dei formaggi supera abbondantemente i tre miliardi di euro, con Parmigiano reggiano e Grana padano che da soli fanno quasi i due terzi. Valori importanti si registrano anche all'export, con i prodotti Dop che hanno totalizzato 705 milioni nel 2008, in crescita sull'anno prima del 3,2 per cento (Ismea 2008).
Per il presidente di Coldiretti, Sergio Marini «a pesare, sui mercati esteri, non c'è solo la crisi economica internazionale, ma anche la presenza diffusa di formaggi "tarocchi" che tolgono spazio al vero made in Italy. I paesi in cui sono più diffuse le imitazioni sono Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, dove appena il 2% dei consumi di formaggio di tipo italiano sono rappresentati da veri formaggi importati dall'Italia, mentre per il resto si tratta di imitazioni e falsi ottenuti con latte del Wisconsin, di New York o della California».
Preoccupano, però, le prospettive di paesi emergenti come la Cina in cui il falso made in Italy è arrivato prima di quello originale, a rischio di comprometterne la crescita. «Le imitazioni del Parmigiano reggiano e del Grana padano sono con il "parmesan" la punta dell'iceberg diffuso in tutto il mondo, ma c'è anche – sottolinea Sergio Marini - il formaggio Romano prodotto nell'Illinois con latte di mucca anziché di pecora o la Fontina danese e svedese, l'Asiago e il Gorgonzola statunitensi».
«Bisogna combattere un inganno globale per i consumatori che - continua il presidente di Coldiretti - causa danni economici e di immagine alla produzione italiana sul piano internazionale, cercando un accordo sul commercio in ambito Wto per la tutela delle denominazioni dai falsi. Ma è anche necessario fare chiarezza a livello nazionale ed europeo, dove occorre estendere a tutti i prodotti l'obbligo di indicare in etichetta la loro origine».
I formaggi – lo rivelano i casi di cronaca, come le indagini sula vicenda delle presunte sofisticazioni della Galbani – sono a rischio. Nel recentissimo VI° Rapporto sulla sicurezza alimentare si segnala un vero e proprio boom di sequestri di cibi da parte delle Forze dell'ordine nel 2008, ma su oltre 34 milioni di chilogrammi di prodotti sequestrati dai Carabinieri dei Nas per un valore di circa 160 milioni di euro, la quota dei formaggi è seconda solo ai sequestri del settore vitivinicolo.
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18/09/2009