In Africa la Cina sfonda anche nelle news

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Rigorosi araldi di veline ufficiali tra le mura di casa, gli uomini della Xinhua si scoprono cronisti d'assalto all'estero. L'agenzia di stampa martedì è stata la prima a rivelare l'arresto di Abderrahmane Ben Meddou, il capo della formazione terroristica che ha rapito i due italiani in Mauritania. Come ha fatto a bruciare la concorrenza internazionale? Semplice: l'ha saputo, come precisato dalla stessa Xinhua, da fonti della sicurezza mauritane.
Il fatto che l'organo di stampa ufficiale del governo cinese abbia rapporti stretti con le istituzioni di un paese africano non stupisce. Dall'inizio del decennio, Pechino ha promosso una politica di penetrazione basata su un meccanismo elementare. In cambio dell'accesso privilegiato alle materie prime e alle risorse energetiche, la Cina ha offerto ai paesi africani un massiccio sostegno finanziario soprattutto per la realizzazione di infrastrutture.
Dopo aver conquistato economicamente e politicamente l'Africa, la Cina si è resa conto che al suo crescente potere a livello globale non corrispondeva un'adeguata immagine. Così ha scatenato un'offensiva mediatico-culturale, che ha avuto come obiettivo principale i paesi in via di sviluppo.
La Xinhua è stata il braccio armato di quest'offensiva. Dal 2004 in avanti, l'agenzia ha realizzato massicci investimenti per ampliare la propria presenza in giro per il mondo aprendo nuovi uffici di corrispondenza e potenziando quelli già esistenti.
In Africa, l'azione di soft power esercitata dalla Xinhua è stata particolarmente incisiva. Non si è limitata solo ad aumentare la propria presenza, ma ha sviluppato prodotti informativi dedicati al pubblico locale, ha siglato accordi di scambio con altre agenzie di stampa nazionali, ha fornito consulenza tecnica a gruppi editoriali, ha organizzato programmi di formazione per i giornalisti africani. Così facendo, ha colto un duplice obiettivo. Da un lato, ha allargato a più ampio raggio la politica del "go global" perseguita con successo in campo economico dal governo cinese negli ultimi anni. Dall'altro, è riuscita a scalfire lo strapotere del cosiddetto «imperialismo mediatico» anglosassone, diffondendo in Africa una diversa visione della Cina, e offrendo alla sua immensa audience il proprio punto di vista sulle grandi dinamiche globali: dalla crisi finanziaria all'ambiente, dalla cooperazione alla politica internazionale. Insomma, un formidabile strumento di propaganda.
Oltre 13mila dipendenti, 34 uffici in Cina e 107 nel mondo, notiziari in sei diversi canali linguistici, benché poco conosciuta all'estero, la Xinhua è un gigante dei media. Che continuerà a crescere. Galvanizzata dall'idea di portare la "sua informazione" in giro per il pianeta, lo scorso inverno Pechino ha annunciato un investimento di oltre 5 miliardi di euro per potenziare l'attività internazionale della Xinhua e della Cctv, la televisione di Stato cinese.
Grazie a questa iniezione di fondi, entro un paio d'anni l'agenzia di stampa dovrebbe aprire un'ottantina di nuovi uffici nel mondo. Nel lungo termine i progetti sono ancora più ambiziosi: costituire insieme alla Cctv una grande rete globale d'informazione multimediale sul modello di Cnn.
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24/12/2009