Imprese Ue: regole uguali per tutti

Adriana Cerretelli
BRUXELLES. Dal nostro inviato
La battaglia contro il riscaldamento del clima è sacrosanta e l'industria europea è pronta a combatterla. Ma solo a un patto: un accordo globale ed equo a Copenhagen, che coinvolga tutti i paesi e fissi regole vincolanti che consentano a tutti di affrontare la sfida ad armi pari. Ogni altro scenario, peggio, nuovi impegni europei unilaterali sarebbero un disastro per l'Europa e la sua competitività globale, avverte in questa intervista il tedesco Jürgen Thumann, presidente di BusinessEurope, l'associazione dell'industria europea. Fondatore di Heitkamp & Thumann KG, il gruppo metallurgico con 16 impianti in giro nell'Unione e 2.300 dipendenti, Thumann boccia i tagli finora offerti dagli Stati Uniti, ritiene essenziale coinvolgere Cina e India nella partita ma, nonostante tutto, resta ottimista sul suo esito.

Che cosa si aspetta dalla conferenza Onu: regali avvelenati o nuove opportunità per l'industria europea?
Fino a poco tempo fa ero pessimista sulla prospettiva di un accordo solido e equo. Oggi invece dico che l'accordo ci sarà. E sarà vincolante.
Eppure tutti si aspettano al massimo un'intesa politica..
Gli oltre 100 leader che andranno a Copenaghen non lo faranno certo a mani vuote. Vorranno dare al mondo un segnale forte che sul clima fanno sul serio. L'accordo che ne scaturirà sarà probabilmente verbale ma nel 2010, grazie ai negoziati che seguiranno, diventerà vincolante.
Per ora l'offerta americana è a dir poco contenuta.O no?
La loro riduzione delle emissioni di CO2 del 17% rispetto al 2005, se ricalcolata sui parametri europei, -20% nel 2020 rispetto al 1990, equivale a un taglio di poco superiore al 3%. Con l'Europa che oggi è disposta a passare dal 20 al 30% se ci sarà un accordo globale equilibrato, significa che gli Stati Uniti farebbero un decimo del nostro sforzo. È inaccettabile per l'industria europea.
Quindi?
Gli Usa devono migliorare l'offerta in modo sostanziale. Credo che lo faranno. Perché non solo Obama ma anche la società americana ormai è convinta che il cambiamento climatico vada controllato. Già c'è l'accordo tra i paesi industrializzati per contenere a 2 gradi l'aumento della temperatura. E per ridurre le emissioni dell'80% entro il 2050. Sembra un traguardo lontano ma mancano solo 40 anni.
Resta che il Congresso Usa per ora non è molto "verde"...
L'Agenzia per la protezione dell'ambiente ha ufficialmente affermato che le emissioni sono pericolose per la vita dei cittadini. Le cose stanno cambiando.
Migliore offerta dagli Stati Uniti, lei dice. E la Cina?
Ha fatto un'offerta inadeguata ma l'ha fatta, perché ha capito che deve saltare su questo treno. Piuttosto è l'India a resistere in solitudine. Non potrà farlo a lungo. I paesi industrializzati devono fare il primo passo ma emergenti e paesi in via di sviluppo devono seguire.
Per farlo chiedono aiuti finanziari e tecnologici. Troppo?
I costi sono alti ma non abbiamo scelta. Del resto la sfida prevede per l'industria anche altri costi. E pesanti.
Per esempio se l'Europa aumenterà i tagli dal 20 al 30%?
Lo sforzo aggiuntivo ci costerà dai 20 ai 50 euro per tonnellata di CO2, somma che inevitabilmente alla fine sarà scaricata sui consumatori. Non sono in grado di dare una cifra globale perché ancora non si sa come verranno trattate le industrie energivore, oggetto di trattativa a Copenhagen. Con un avvertimento.
Quale avvertmento e a chi?
Ai governi. Alla fine le regole dovranno essere eque e uguali per tutti per evitare la delocalizzazione delle nostre imprese e dei nostri posti di lavoro. E la perdita di competitività dell'Europa. Il clima è un problema globale, dunque l'accordo non si può lasciar fuori nessun paese. Men che meno la Cina che costruisce una centrale a carbone da 400 megawatt alla settimana.
Come convincere i cinesi?
Parlando, è compito dei nostri leader.
E se non ci riescono?
Non ci sarà accordo. Cioè niente aumento del taglio del 20% e niente modifica del regime attuale per le nostre industrie energivore. Perhé l'Europa non può fare la battaglia da sola. Emettiamo il 6,5% del totale dei gas serra. Pur con la miglior buona volontà del mondo, da soli non possiamo influenzare granché l'evoluzione del clima.
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PRESIDENTE

La lettera. Jürgen Thumann (nella foto) è presidente di BusinessEurope, l'associazione dell'industria europea. Tedesco, fondatore di Heitkamp & Thumann KG, gruppo metallurgico con 2.300 dipendenti in tutta l'Unione europea. In una lettera inviata alla presidenza di turno svedese dell'Unione europea, Thumann chiede che gli impegni nella riduzione delle emissioni di CO2 siano vincolanti per tutti, per le economie avanzate come per i paesi in via di sviluppo. E chiede impegni maggiori a Usa, Cina e India

09/12/2009