Il secondo mondo cresce al Fmi

Alessandro Merli
PITTSBURGH. Dal nostro inviato
Si sposta verso i paesi emergenti l'asse dell'economia mondiale e il Fondo monetario si adegua. Il G-20 ha deciso ieri che almeno un 5% del potere di voto all'Fmi verrà trasferito dai paesi avanzati a quelli emergenti, portando i due gruppi quasi in equilibrio, al 52 e 48% rispettivamente.
È stata soddisfatta così una delle richieste delle nuove potenze economiche, che vogliono contare di più nelle istituzioni finanziarie multilaterali. I Bric (Brasile, Russia, India e Cina) avevano chiesto uno spostamento del 7%, ma a fronte di forti resistenze da parte europea (fra i paesi che vedranno ridimensionato il proprio peso ci sono Gran Bretagna, Francia, Belgio e Olanda), si è raggiunto un accordo su un compromesso ispirato dagli Stati Uniti sul 5%. Non è passata invece un'altra proposta americana, di ridurre il numero dei seggi nel consiglio dell'Fmi, alla quale pure gli europei (che ne detengono 8 su 24) si opponevano.
La redistribuzione delle quote del Fondo monetario è servita da contropartita per far accettare agli emergenti, e alla Cina in primis, la "Framework" proposta dagli Usa per la crescita «forte, equilibrata e sostenibile», in base alla quale l'America dovrà aumentare i risparmi, l'Europa fare le riforme strutturali e la Cina e gli altri paesi in surplus commerciale dovranno spingere la domanda interna invece di basare la propria crescita prevalentemente sull'export. Il G-20 effettuerà una verifica collettiva sulle politiche economiche dei singoli paesi per dare attuazione all'accordo e all'Fmi viene assegnato un ruolo chiave nella valutazione dei piani. Gli emergenti hanno preteso quindi di avere in seno all'istituzione un'influenza che rifletta la nuova realtà dell'economia mondiale.
La decisione su questo tema, come ormai la discussione di tutte le questioni economiche, riflette il nuovo protagonismo degli emergenti, soprattutto della Cina, alle riunioni internazionali, protagonismo al quale corrisponde la volontà da parte degli Stati Uniti di venire incontro per quanto possibile alle richieste di Pechino, che è oggi il principale creditore di Washington. Anche se non si tratta della nascita di un G-2, la relazione Usa-Cina acquista, anche con le decisioni di Pittsburgh, una crescente centralità.
La revisione delle quote del Fondo verrà ratificata la prossima settimana dall'assemblea dell'Fmi a Istanbul e verrà completata entro il gennaio 2011. Si tratta del secondo spostamento di quote a favore dei paesi emergenti dopo quello già decretato tre anni fa per cominciare a risolvere il problema dei pesi rispettivi delle economie avanzate, soprattutto di quelle europee, e di quelle di crescita più recente, pesi che riflettevano ancora la realtà del 1944, alla nascita del Fondo a Bretton Woods. Nella prima fase erano state alzate le quote di Cina, Corea Messico e Turchia. Questi stessi paesi, insieme a India e Brasile, saranno fra i maggiori beneficiari anche della prossima revisione, mentre caleranno le quote, oltre che di numerosi paesi europei, anche di Russia, Arabia Saudita e Argentina.
Il ritorno del Fondo al centro della scena economica internazionale viene così ribadito dal G-20, dopo che al vertice di Londra ad aprile era stato deciso di triplicarne le risorse, a 750 miliardi di dollari, operazione già completata, per consentirgli di sostenere i paesi più colpiti dalla crisi globale. Dall'inizio della crisi, i presiti concessi dall'Fmi ai paesi in difficoltà ha raggiunto il livello record di 160 miliardi di dollari e il Fondo si è impegnato a portare a 8 miliardi di dollari nei prossimi due anni i prestiti a tasso zero per i paesi più poveri. Questi saranno finanziati vendendo un ottavo delle riserve d'oro, operazione appoggiata ieri dal G-20.
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26/09/2009