Il rientro delle imprese frena senza l'incentivo

Rita Fatiguso
MILANO
Tornano. Non tornano. Chiudono, ma non ritornano. Alla sfilza di domande sulle potenziali rilocalizzazioni aziendali, Daniele Marini, sociologo con il radar puntato sul "suo" Nordest oppone una percentuale, un magro 2%, nel 2009. «In quest'area ad alto tasso di medie imprese con un piede fuori dal paese, l'anno scorso si è verificato un rientro di aziende minimo, proprio del 2%, specie dai paesi dell'Est », dice.
«Bisogna però rendersi conto del fatto che esiste ormai una vera e propria tendenza all'internazionalizzazione che ormai non conosce più sterzate», aggiunge Marini. E dall'altro capo dell'Italia? «Nel Nordovest - suggerisce Marco Fortis, professore di economia alla Cattolica - di fondo non si è verificato uno spostamento sull'estero così forte. A parte qualche eccezione, ovviamente». Dunque, il vecchio triangolo industriale sembrerebbe meno interessato da questo fenomeno di rientro.
Un dato generale interessante emerge dall'analisi di Unioncamere che monitora la percentuale delle forniture prevalenti all'estero da parte delle aziende distrettuali che hanno fino a 500 dipendenti: forniture prevalenti che vengono realizzate in particolare attraverso società delocalizzate, uffici commerciali e soprattutto unità produttive o di semilavorazione dei prodotti che poi vengono importati in Italia per la casa madre. Ebbene, la percentuale è scesa dall'8,4% di marzo 2009 al 7,6% del dicembre scorso. Contemporaneamente, hanno aumentato il loro rapporto con quelli che Unioncamere definisce "i fornitori prevalenti in provincia": se a marzo erano pari al 30,1%, a dicembre hanno raggiunto la quota del 33,4 per cento. Dunque, da questi numeri si evince un processo di rilocalizzazione della catena della fornitura e una minore presenza sui mercati esteri. Il problema, crisi a parte, restano le motivazioni. Perché mai un'azienda dovrebbe tornare a casa propria? «Come per gli incentivi destinati ai cervelli che tornano a far ricerca in Italia, si potrebbero stanziare fondi destinati anche a quelle aziende che creano valore a casa propria - chiosa Giampaolo Vitali, ricercatore del Ceris-Cnr e segretario del Gruppo economisti di impresa - di fatto però temo che nella maggior parte dei casi davanti a chiusure oltreconfine ci troviamo di fronte a decisioni motivate da un colpo secco inferto dalla crisi a posizioni di per sé già traballanti». Per vie traverse, un piano è partito tre anni fa in Lombardia, nel tessile, settore ad altissimo rischio di fuga all'estero, quando non proprio di deindustrializzazione. Così, nel 2008, la Regione ha stanziato 25 milioni di euro in tre anni (75 in tutto) per il sostegno al tessile-abbigliamento, compresi 4 milioni per la rilocalizzazione in Lombardia di aziende tessili. Poi, però, solo una sfilza di incontri con l'assessorato alle politiche industriali, finiti nel nulla, con fondi che avrebbero dovuto essere assegnati attraverso un bando. Ma a Sistema moda Italia, il principale interlocutore, non risulta che siano mai stati pubblicati bandi. E pare che non più di un terzo sia stato finanziato.
Perfino i dazi possono innescare il dietro-front di un'intera filiera. Ma dalla teoria alla pratica, ce ne passa. Le aziende dei compressori, ad esempio, che appena due anni fa hanno ottenuto i dazi sulle importazioni di provenienza cinese, hanno iniziato un'inversione di rotta con spostamento delle aziende impiantate in Cina per rincorrere i cinesi: a Torino e a Bologna, le rilocalizzazioni hanno creato già un centinaio di posti di lavoro. Ma la notizia che sta per piombare sulle loro teste il 20 marzo, un doccia gelata, è che Bruxelles non ha intenzione di prorogarli, quei dazi. Per Roberto Balma, amministratore delegato di NuAir, una delle più importanti aziende produttrici di compressori, leader di un settore che vanta un migliaio di posti di lavoro, c'è poco da fare: «Prima eravamo incalzati dai prodotti cinesi. Per tampinarli ci siamo spostati anche noi in Cina. Spostare baracca e burattini da una parte all'altra del globo non è semplice. Volete sapere come andrà a finire? Io, intanto, ho una azienda fuori Shanghai, il 50% dei compressori prodotti lì vanno a finire sul mercato statunitense. Perchè mai dovrei smantellarla?».
rita.fatiguso@ilsole24ore.com
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IL CONTESTO

21mila
Le partecipate all'estero
Secondo gli ultimi dati del rapporto Ice sull'internazionalizzazione del sistema industriale italiano, le imprese del nostro Paese hanno all'estero circa 21 mila controllate.
1,2 milioni
Gli addetti all'estero
Per l'Ice le società controllate o partecipate da capitale italiano all'estero impiegano 1,2 milioni di occupati.
2%
Le aziende che rientrano
Stando all'osservatorio della Fondazione Nordest, nel 2009 soltanto il 2% delle imprese del Triveneto hanno deciso di chiudere le attività all'estero rientrando. Minore, invece, l'impatto che una simile decisione ha avuto sul vecchio triangolo industriale.
33,4%
I fornitori in provincia
Al dicembre dell'anno scorso, il 33,4% delle imprese distrettuali ha fornitori in prevalenza situati nella propria stessa provincia. Secondo Unioncamere erano il 30,1% sei mesi prima. Dunque, la catena della fornitura e della subfornitura si è rilocalizzata sui mercati locali.

07/03/2010