Il regime disinnesca lo sciopero di Shanghai

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Le autorità cinesi porgono un ramoscello d'ulivo ai camionisti di Shanghai in sciopero contro il caro carburante e le tariffe portuali. Ieri, dopo una breve trattativa con i rappresentanti degli autotrasportatori che da mercoledì scorso hanno bloccato il porto di Baoshan, la Municipalità di Shanghai ha annunciato una serie di sgravi. «Le tariffe standard saranno ridotte, mentre le tariffe non standard saranno eliminate», ha spiegato la Shanghai Municipal Transport Authority, senza però fornire dettagli sulle misure in arrivo.
Secondo quanto riferito da fonti del settore, alcuni balzelli particolarmente odiosi per i camionisti, come per esempio il sovrapprezzo sul carburante, saranno cancellati; mentre altri costi standard, come le tariffe applicate sulla movimentazione dei container, saranno ridotti. «Le misure varate oggi serviranno a contenere l'inflazione e a ridurre la pressione sui costi delle società di trasporto», ha aggiunto l'authority.
La mossa dovrebbe mettere fine alla protesta dei camionisti che venerdì è sfociata in duri scontri con la polizia. «Noi siamo ancora in sciopero, ma speriamo che i nostri rappresentanti raggiungano un accordo vantaggioso» dice uno degli autotrasportatori che hanno incrociato le braccia al porto di Baoshan. «L'importante è guadagnare qualcosa di più, altrimenti saremo tutti costretti a vendere il camion e cambiare mestiere», gli fa eco un altro scioperante.
In verità quella avanzata dalle autorità di Shanghai è la classica offerta che non si può rifiutare. Se i camionisti, infatti, dovessero dire di no alla mediazione proposta dalla Municipalità decidendo di proseguire la protesta, lo spazio di trattativa si ridurrebbe a zero. La palla, a quel punto, passerebbe nelle mani della polizia, che in quattro e quattr'otto sgombrerebbe il porto di Baoshan sbattendo in galera gli agitatori.
Ma questo è uno scenario da escludere. Entro lunedì, dice un operatore del settore, il gigantesco scalo container di Shanghai dovrebbe tornare alla normalità.
Come previsto, dunque, la nomenklatura cinese di questi tempi preoccupata più che mai dallo spettro delle rivolte di piazza, è riuscita a chiudere la vertenza a tempo di record. D'altronde, non poteva andare diversamente. La ragione è semplice: per mettere veramente in crisi un regime dotato del maggiore apparato poliziesco del mondo servirebbe ben altro che qualche centinaio di camionisti.
La Libia sconvolta da una guerra civile. La Siria destabilizzata dalle proteste di piazza. L'Egitto e la Tunisia decapitate dei loro rais. La leadership cinese, come tutte le classi dirigenti figlie o nipoti di una rivoluzione, non sopporta le rivoluzioni. Se poi scoppiano tutte insieme rovesciando Governi amici in stretta sequenza, l'intolleranza diventa autentica allergia. E la preoccupazione si trasforma in un misto di terrore e paranoia che produce puntualmente una serie di nefande conseguenze, come l'aumento della censura e la repressione dei dissidenti. Talvolta, però, la paura delle sommosse popolari può anche partorire una reazione costruttiva, come accaduto ieri.
È un'esperienza di cui Pechino dovrà sicuramente fare tesoro. Visto il malcontento che si respira nel paese per i forti rincari del costo della vita (a marzo l'inflazione ha raggiunto il 5,4%), infatti, il rischio che la protesta dei camionisti contagi altre categorie sociali resta molto elevato.
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24/04/2011