Il reddito cinese è entrato in « zona democrazia»

La Cina diventerà una democrazia entro il 2017: questa l'ardita previsione di un autorevole rapporto che traccia il legame tra benessere economico e libertà politica. Se la crescita cinese proseguirà ai ritmi previsti, la storia insegna che la transizione verso un sistema politico democratico sarà pressoché inevitabile. Il successo dell'economia cinese determinerà il crollo del regime che tale successo ha creato e gestito.
«Il Partito comunista cinese - afferma Charles Robertson, chief economist di Renaissance Capital e autore dello studio - ha ragione a temere una rivoluzione. La storia ci dice che sarà fortunato a evitare la democrazia entro il 2017, se il Pil annuo avrà raggiunto il livello previsto di 15.550 dollari pro capite». Il rapporto "La natura rivoluzionaria della crescita", pubblicato da Renaissance Capital, un'investment bank specializzata in mercati emergenti che ha sede a Mosca, è uno studio di 150 Paesi e oltre sessanta anni di storia che dimostra come l'aumento del tenore di vita ha l'effetto collaterale della transizione verso un sistema democratico.
Sopra i diecimila dollari di reddito annuo pro capite la democrazia diventa «immortale»: la storia non offre esempi di Paesi a quel livello di ricchezza che abbiano subìto un colpo di Stato o una transizione a un regime autoritario. Messico, Libano, Turchia, Brasile, Polonia e Serbia fanno ora parte dei 45 Paesi a democrazia «immortale», così come tutti i membri dell'Unione Europea. Gli esempi di Taiwan e Corea del Sud dimostrano che la crescita economica continua anche dopo il passaggio a un sistema democratico.
Gli studi comparativi dimostrano che la soglia cruciale per la transizione verso la democrazia è quella dei seimila dollari di Pil pro capite annuo: non a caso, sottolinea Robertson, la Tunisia l'aveva da poco superata quando sono scoppiate le proteste di piazza che hanno fatto cadere il regime di Ben Ali. Sopra i seimila dollari l'immortalità non è garantita, ma quasi certa: la possibilità di un'involuzione del sistema politico è solo dell'1 per cento. Nel corso della storia recente, solo cinque democrazie con un reddito superiore ai seimila dollari annui sono "morte", sottolinea Robertson, citando gli esempi dei colpi di Stato militari in Grecia nel 1967, in Argentina nel 1976 e in Thailandia nel 2006 e i cambiamenti di regime in Iran nel 2004 e in Venezuela nel 2009. Paesi democratici come Sudafrica, Botswana, Colombia, Ecuador e Perù possono quindi stare tranquilli. I regimi non democratici di Singapore, Thailandia e Bielorussia invece dovrebbero preoccuparsi.
Se la ricchezza porta democrazia, la povertà tende a favorire le autocrazie e i Paesi più a rischio non a caso sono nell'Africa sub sahariana. L'India, che è rimasta una democrazia nei lunghi decenni di Pil pro capite al di sotto dei mille dollari, è la grande eccezione. Il messaggio-chiave del rapporto è che la via per accelerare la transizione di un Paese verso la democrazia passa dagli investimenti e dagli scambi commerciali, non certo dall'imposizione di sanzioni che spesso si rivelano controproducenti. «I turisti che vogliono fomentare la rivoluzione dovrebbero fumare sigari a Cuba, far festa in Bielorussia, vestirsi come Indiana Jones a Petra in Giordania, visitare la Tunisia e comprare magliette in Swaziland», afferma Robertson.
L'eccezione sono i Paesi grandi esportatori di petrolio e gas, come la Russia o gli Emirati del Medio Oriente, che utilizzano la ricchezza generata per tenere le tasse a livelli minimi, soffocando così le richieste di riforme politiche dei cittadini. La Russia, che nel 2009 aveva un Pil pro capite di 15mila dollari, è la più ricca democrazia debole del pianeta, sottolinea Robertson, e «tra qualche anno» probabilmente diventerà una democrazia forte, ma essendo una esportatrice di energia «resta un caso a parte».
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28/06/2011