Il Pil delle Chinatown d'oltremare vale 2mila miliardi di dollari

Una nazione di oltre 43 milioni di abitanti. Della stessa taglia di Argentina o Colombia, per capirci. È questa la dimensione demografica assunta dalla comunità dei cinesi d'oltremare. Qualcuno – come lo studioso cinese Li Qi-rong – sale addirittura a 55-57 milioni, comprendendo anche una quota di meticci e quanti sono costretti a negare la loro origine vivendo in nazioni "difficili". Questa emigrazione è sparsa capillarmente in tutto il mondo, ma – com'è naturale – soprattutto in Estremo Oriente, dove in alcuni paesi ha assunto con gli anni (a volte addirittura nei secoli) una consistenza notevole. È infatti la maggioranza assoluta (4/5 del totale) della popolazione di Singapore, ma anche in grandi paesi come la Malaysia (25%) o la Thailandia (oltre l'11%) ha una presenza di rilievo.
È però sul piano del successo economico che i cinesi d'oltremare hanno raggiunto un ruolo da leader assoluti. Tale da renderli uno dei giganti economici mondiali. Anche se occulto. Alla VII Conferenza cinese sul commercio mondiale, tenutasi a Kuala Lumpur il 28 luglio 2003, l'allora padrone di casa, il premier malaysiano Mohamad Mahatir, dichiarò che, secondo i calcoli degli organizzatori, la ricchezza prodotta globalmente dai cinesi d'Oltremare ammontava a 1.500 miliardi di dollari. Un valore (pari a circa il 3% del Pil mondiale di quell'anno) che la poneva all'8° posto della classifica delle maggiori economie mondiali in base al Pil, a pari merito con la Gran Bretagna e davanti all'Italia. Il tutto generato dallo 0,6% della popolazione mondiale: tradotto in valore procapite, un reddito di 45mila dollari, che ne farebbe il sesto paese più ricco del mondo, appena al di sotto di quelli scandinavi. Un riconoscimento che però non rende ancora il giusto merito agli enormi progressi compiuti dalle comunità cinesi.
Anche solo mantenendo la stima prudenziale di un'attività pari al 3% del Pil mondiale, il valore nel 2010 è salito a 1.870 miliardi di dollari, che collocherebbe questo ipotetico paese al 10° posto mondiale, ancora dinnanzi all'Italia. Ma se la stima cresce al 4% del Pil (quota ipotizzata da molti analisti), si balza al 6° posto, con ben 2.490 miliardi di dollari prodotti, di nuovo davanti alla Gran Bretagna. Se invece si prende in considerazione la proverbiale laboriosità di questa etnia, pur accettando un tasso di crescita delle loro attività limitato – per generiche "difficoltà esterne" (sistemi produttivi meno efficienti, peggiori infrastrutture e così via) - ai due terzi di quello della Cina popolare, si ottiene un valore di 2.325 miliardi (3,75% del Pil mondiale), che manterrebbe questa "Cina d'oltremare" sempre al sesto posto nel mondo. Il tutto senza tener conto dell'atavica abitudine al "lavoro in nero" in forma sistematica, cosa che farebbe gonfiare notevolmente ognuna di queste stime.
L'irresistibile crescita economica esterna della Cina dell'ultimo decennio fa leva sulla presenza e sul ruolo della diaspora cinese e sulla sua leadership assunta ovunque: il 60% degli investimenti esteri di Pechino è realizzato con i suoi capitali. Una simbiosi coltivata anche in periodi di totale distanza ideologica tra un'emigrazione iper-capitalistica e inserita in paesi con regimi fortemente anti-comunisti e la Cina di Mao Zedong e delle Guardie Rosse, a riprova che il legame di sangue e l'evidente utilità potenziale hanno fatto premio su tutto. Non a caso il governo di Pechino ha creato un apposito "Ufficio per gli affari cinesi d'Oltremare" presso il Consiglio di Stato (il governo), guidato da un funzionario con il rango di ministro che affianca il premier e prevede espressamente, oltre alla protezione degli interessi di questi compatrioti, «lo sviluppo della cooperazione in fatto di economia, scienza, cultura e istruzione».
Il successo cinese, come mostra la tabella a lato, si estende un po' in tutto il mondo con l'esplicita "benedizione" del governo di Pechino. La ragione è intuibile: le falangi di emigrati, recenti o storici, costituiscono una formidabile "quinta colonna" economica (ma potenzialmente anche politica) della Cina ufficiale, che attendeva solo il "via libera" della globalizzazione per entrare in azione. Controllare gran parte dell'economia di un paese significa condizionarne le scelte fondamentali, da quelle commerciali agli investimenti dall'estero. Non a caso gli scambi dei paesi Asean (quelli in cui la presenza cinese è dominante per abitanti e peso economico) vedono la Cina popolare come primo o al massimo secondo partner e gli investimenti sono colossali.
Secondo uno studio di Gary Hamilton dell'università di California, dall'eloquente titolo di "Economie senza stato", i cinesi d'Oltremare controllano il 6% degli scambi mondiali. Li Qi-rong, citando il caso dell'economia thailandese, afferma che il capitale cinese governa il 90% del settore manifatturiero, il 60% del tessile e del saccarifero, il 70% del siderurgico e dei trasporti, l'80% del commercio. Situazione simile in Indonesia, dove i cinesi d'Oltremare controllano oltre il 70% del Pil: 18 delle 20 più grandi aziende per fatturato sono nelle loro mani. In Malaysia, nonostante la precisa scelta politica compiuta all'inizio degli anni 70 di favorire economicamente i nativi, oltre l'80% dell'economia è tuttora sotto controllo cinese.
Tutto facile e in discesa questo percorso? In realtà, va considerato che l'emigrazione dalla madrepatria è scaturita quasi sempre dagli strati sociali più sfavoriti e poveri, che hanno dovuto superare enormi difficoltà nell'avviare le loro attività economiche e i cui primi accenni di arricchimento hanno provocato ostilità e boicottaggi diffusi, fino a veri e propri pogrom. In Indonesia l'ultimo di questi risale solo al maggio 1998, quando le manifestazioni di piazza che portarono alla caduta del regime di Suharto degenerarono in una "caccia al cinese" (e ai suoi beni) che provocò almeno 1.500 vittime.
Il gioco sembra comunque essere largamente redditizio. Sia per i cinesi d'Oltremare, divenuti una formidabile "potenza-ombra", sia per la madrepatria, che ha "coltivato" con lungimiranza un'arma di conquista economica dotata di una forza irresistibile. Se questo sarà il secolo della Cina, politico ed economico, Pechino lo dovrà soprattutto alla sua laboriosissima "quinta colonna" dispersa a conquistare il mondo.
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28/03/2011