Il made in Italy recupera a giugno

Se i consumi interni faticano a ritrovare slancio e ancora non rappresentano un solido gancio per la ripresa, le esportazioni italiane stanno dando segnali molto positivi. Secondo l'Istat in giugno sono aumentate del 22,8% rispetto allo stesso mese del 2009 - la crescita più significativa dal gennaio del 2001 -, mentre le importazioni hanno registrato un +30,4 per cento. In valori assoluti, in giugno il disavanzo commerciale è arrivato a 3.058 milioni di euro, in peggioramento rispetto agli 899 milioni dello stesso mese di un anno fa.
Il vice ministro allo Sviluppo economico, Adolfo Urso, sostiene che giugno abbia chiuso «un semestre d'oro per le nostre esportazioni». Meno positive le previsioni per la seconda parte dell'anno dove «ci saranno maggiori difficoltà – dice Urso –. La ripresa subirà un rallentamento come dimostra la frenata degli Stati Uniti e, in misura diversa, della stessa Cina, dove l'import ha rallentato».
Fermandosi al bilancio dei primi sei mesi dell'anno, comunque, in giugno l'export segna una ulteriore accelerazione rispetto a maggio (+17,1%) mentre le importazioni si stanno assestando (+31,1% a maggio), pur se su livelli sostenuti. Ad acquistare i prodotti delle nostre aziende è soprattutto il mercato non comunitario che si è rivelato il più dinamico in assoluto con il +26,4%, rispetto a quello interno all'Unione Europea che si è fermato al +20,1%. Distinguendo per paesi, nel mese di giugno 2010 per le esportazioni si evidenziano incrementi significativi verso Turchia (+66%), paesi Mercosur (+63,5%), Russia (+40,8%), Stati Uniti (+31,8%) e Cina (+31,7%), ma anche verso partner comunitari, come Austria (+37,3%), Germania (+29,2%), e Francia (+22,1%).
Bisogna sempre varcare i confini comunitari per capire anche l'altro lato della medaglia, e cioè il forte aumento dell'import che si deve a una crescita del 37,4% dei flussi dai paesi extra Ue e a un incremento del 25,5% di quelli provenienti dai paesi comunitari. Tra i principali paesi extra Ue si registrano incrementi rilevanti per paesi Eda (+63%) e Cina (+52,7%), mentre tra i paesi comunitari, si rilevano andamenti particolarmente positivi per Austria (+49,7%) e Regno Unito (+40,7%).
Prendendo i primi sei mesi dell'anno, rispetto al corrispondente periodo del 2009 l'export cresce del 12,6% e le importazioni del 18,5%. Quindi nel primo semestre del 2010 il deficit commerciale si è attestato a 14,2 miliardi di euro, in peggioramento rispetto allo stesso periodo del 2009 (4,8 miliardi di euro).
A guidare l'export sono stati oil&gas, meccanica e tecnologia che hanno registrato andamenti tendenziali positivi, con rialzi particolarmente intensi per coke e petroliferi raffinati (+69,5%), metalli di base e prodotti in metallo, escluse macchine e impianti (+38,3%). Buoni andamenti anche per computer, apparecchi elettronici ed ottici (+28,4%) e mezzi di trasporto (+26,3%, con gli autoveicoli che segnano un +33,2%). Senza tralasciare frutta e verdura. Confagricoltura ieri ha rilevato che «l'export dei prodotti agricoli italiani allo stato naturale, in aumento del 28,9% annuo, segna un risultato superiore alla media del semestre e cioè +16,1% a gennaio-giugno 2010 su gennaio-giugno 2009». A questo punto la ripresa dell'export «deve essere agevolata. Serve uno sforzo serio a difesa dell'italianità, quella vera, che è un richiamo molto forte sui mercati e va tutelata dalle imitazioni». Per le importazioni, invece, tutti i settori - fatta eccezione per gli autoveicoli (-6,4%) - registrano incrementi.
Agli aumenti record dell'export, con quote che vanno oltre il 20%, però non ci si deve abituare. Il vice ministro Urso prevede che «per la fine dell'anno dovremmo attestarci su una crescita del 10% in linea con gli incrementi del commercio mondiale così da recuperare la metà di quello che abbiamo perso nel 2009». I risultati dell'export però non sono supportati dai consumi interni che continuano ad essere in «contrazione». Anche per questo «il Pil crescerà quindi di poco più di un punto, recuperando circa un quinto di quanto perso lo scorso anno, troppo poco per avere impatti positivi sull'occupazione – dice Urso –. Per questo sono necessarie le riforme, non certo le elezioni. L'autunno resta difficile».
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13/08/2010