Il governatore cinese? Un segretario di partito

I tre banchieri centrali più influenti al mondo sono Ben Bernanke, Jean-Claude Trichet e, per ultimo ma non ultimo, Zhou Xiaochuan. Ma chi è costui? Nessun lettore sa chi sia, ma ciascun lettore immagina di sapere chi è: il governatore della Banca centrale cinese. Scarne sono le notizie ufficiali: è membro - ovviamente - del Comitato centrale del partito, oltre che essere un tecnocrate da sempre impegnato nelle alte burocrazie. È a lui che bisogna guardare per capire quale sarà il futuro dello yuan, e soprattutto perché alla Cina occorre chiedere una riforma istituzionale che renda la sua politica monetaria più coerente sia con i suoi stessi interessi che con quelli del resto del mondo.
La politica del cambio dello yuan da parte della Cina desta da tempo preoccupazioni negli Stati Uniti e in Europa. Politici e banchieri centrali occidentali continuano a chiedere alla Repubblica popolare cinese di abbandonare il tasso di cambio fisso e consentire alla propria valuta di riflettere gli orientamenti del mercato, verosimilmente apprezzandosi. Gli inviti continuano a cadere nel vuoto, per una ragione molto semplice: i politici cinesi, come i loro colleghi occidentali, sono miopi, ragionando con un'ottica di breve periodo, che è quella che più interessa in termini di conservazione del potere.
I politici cinesi non vogliono che lo yuan si apprezzi perché temono che si inceppi un motore fondamentale che spinge la loro domanda aggregata, quindi la loro crescita: le esportazioni. Le esportazioni sono essenziali, visto il livello anemico della domanda interna, soprattutto della domanda per consumi. Sostenere la domanda è una delle due principali preoccupazioni delle autorità cinesi; l'altra è la tendenza inflazionistica. Dunque carenza della domanda e rischio inflazione sono gli squilibri che occupano la mente dei governanti cinesi.
Di fronte al binomio stagnazione-inflazione la politica economica potrebbe adottare una strategia fatta di politica fiscale espansiva e politica monetaria restrittiva. La politica fiscale dovrebbe mettere insieme un aumento dei trasferimenti netti alle famiglie e un aumento della spesa pubblica. Ma questa politica fiscale non piace ai politici cinesi nel breve periodo: la spesa pubblica tende ad essere rigida verso l'alto. Infatti il governo centrale ne ha un controllo molto basso: i governi locali controllano oltre il 70% del totale della spesa pubblica. Dunque, un aumento dei trasferimenti alle famiglie comporterebbe una scelta di crescita sistematica del disavanzo, dopo che negli ultimi anni ha già registrato un saldo primario negativo. La Cina potrebbe permetterselo economicamente, visto che il suo debito pubblico è modesto; ma politicamente questa è un'opzione che evidentemente non piace. E allora, per il sostegno alla domanda, non si può fare a meno delle esportazioni. Quindi lo yuan deve rimanere ancorato ai cambi fissi, e di riflesso la politica monetaria è incatenata.
La crescita delle esportazioni nette, a parità di tasso di cambio, gonfia le riserve ufficiali della Banca centrale cinese, aumentando l'offerta di moneta. Un paese con moneta in tensione è condizione sufficiente per far crescere il rischio inflazionistico, anche attraverso il meccanismo delle aspettative. La miopia dei politici cinesi non fa il bene dell'economia cinese, e di riflesso contribuisce agli squilibri su scala mondiale.
Come spezzare il legame tra la miopia dei politici e la cattiva politica monetaria e del cambio? Negli anni 80 l'Occidente ha scoperto che, quando l'orizzonte corto dei politici danneggia nel più lungo periodo l'economia nazionale, l'unica speranza è cambiare le istituzioni. Nel caso della politica monetaria, occorre creare una Banca centrale indipendente dal sistema politico e dei partiti, che garantisca la stabilità dei prezzi, quindi la disciplina della moneta e di riflesso una garanzia contro i cambi drogati.
Oggi la Banca centrale cinese è uno strumento nelle mani dei politici; essendo il sistema non democratico, è dunque un'appendice del partito. Se proviamo ad analizzarla con i metodi della ricerca economica, utilizzando i classici indici elaborati da Grilli e altri, scopriamo che la Banca centrale è davvero sempre più moderna dal punto di vista operativo, ma assolutamente dipendente dalle scelte politiche. Ha infatti una capacità operativa che - misurata con un indice che va da 0 a 100 - raggiunge 75; quella media dei paesi del G-7 è 82. È sulla indipendenza politica che le differenze si fanno marcate: l'indipendenza della Banca centrale cinese è 38, mentre quella media delle Banche centrali del G-7 è 64.
Una Banca centrale cinese più indipendente aumenterebbe la credibilità sia della politica interna che di quella internazionale. I politici occidentali hanno dovuto subire pesanti costi in termini di inflazione e di consenso prima di accorgersene. Sarà lo stesso per i vertici della Repubblica popolare cinese?
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03/12/2010