Il Giappone resiste al declino e al sorpasso del Dragone

Il Giappone riconosce il sorpasso cinese e cerca di reagire alla sensazione di declino provocata dall'ascesa di Pechino a seconda economia mondiale. Ieri, per la prima volta da 7 mesi, l'esecutivo ha migliorato le sue valutazioni sull'economia, affermando che sta dando segnali di recupero, mentre la Banca centrale ha indicato che la settimana prossima ufficializzerà un maggiore ottimismo. Nell'annata fino a fine marzo, la crescita del Pil dovrebbe risultare superiore al 3%, ponendo il paese in prima fila tra le economie mature.
Il gabinetto nipponico aveva sottolineato a dicembre che nei primi 9 mesi del 2010 il Sol Levante aveva «riconquistato» la posizione numero 2 appena perduta, grazie a un'ampia revisione al rialzo del Pil nipponico del terzo trimestre. Dopo il +10,3% del Pil cinese nell'intero 2010, il 14 febbraio - con i nuovi dati da Tokyo - l'avvicendamento entrerà nelle statistiche. BankAmerica-Merrill Lynch ha già stimato che il Pil cinese 2010 risulterà più ampio di circa 380 miliardi di dollari. Lo stesso neoministro delle politiche economiche, Kaoru Yosano, ha riconosciuto l'ormai scontato sorpasso: del resto, a fronte del +9,8% del Pil cinese nel quarto trimestre, quello nipponico resta atteso in lieve calo anche per alcuni fattori non ricorrenti. «Il popolo giapponese dovrebbe apprezzare la crescita del nostro vicino, la Cina», ha detto Yosano, mentre il premier Naoto Kan ha rinnovato la promessa di aprire verso l'estero il mercato e l'economia nazionale per trarre vantaggio dalla crescita altrui.
Se i tempi in cui si favoleggiava di "Japan as Number One" sembrano remoti, anche un Giappone numero 3 non può essere facilmente accantonato come sempre più trascurabile vittima di una spirale inarrestabile di declino, anche se Tokyo è stata superata da Singapore in termini di Pil pro capite e da Pechino come Pil totale. La perdurante competitività del Sol Levante, sostiene Richard Koo di Nomura, è testimoniata proprio dalle statistiche, al di là di quelle sui brevetti: escludendo le nazioni esportatrici di materie prime «il Giappone appare come l'unico paese che continua a registrare surplus nei confronti di Cina (Hong Kong compresa), Taiwan e Corea del Sud», mentre il suo export verso questi poli aumenta nonostante il superyen. L'economia globale gira ancora in modo insospettabile su componentistica, materiali e macchinari made in Japan: l'iPhone della Apple, ad esempio, «dovrebbe essere definito made in Japan più che in Cina». Koo si riferisce a un recente studio di Yuqing Xing e Neal Detert per l'Adb, la cui tesi contro-intuitiva è che sia proprio la grande forza di innovazione americana ad aggravare - con i prodotti high-tech - il disavanzo bilaterale Usa, il quale non dipende dal cambio. «Gli investimenti esteri, la frammentazione e le reti globali di produzione hanno invertito i flussi commerciali previsti dalle teorie economiche convenzionali», afferma lo studio. In base al "vantaggio comparativo" negli smartphones, dovrebbero essere gli Usa ad esportare gli iPhone verso la Cina; contro le teorie di Ricardo e Hecksher-Olin, invece, gli iPhone sono assemblati a Shenzhen e dal 2007 al 2009 l'iPhone ha esasperato di 1,9 miliardi di dollari il deficit Usa. L'Adb si spinge ad affermare che se la Apple non massimizzasse gli utili, avrebbe potuto farlo assemblare negli Usa con un margine nel 2009 comunque altissimo (50% anziché 65%). Se poi si guarda alla componentistica, si scopre che il Giappone (con Toshiba e Murata in primis) conta per il 33,8% del valore dell'iPhone – seguito dalla Germania (16,8%) –, mentre il costo dell'assemblaggio cinese si limita al 3,8%.
Il valore aggiunto giapponese nell'iPhone è molto più grande di quello cinese: un esempio - insiste Koo - di quanto sarebbe sbagliato effettuare un "write off" del Giappone manifatturiero, mentre appare poco sensato sottostimarne il settore dei servizi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

22/01/2011