Il distretto invisibile al 50%

PRATO
Due miliardi di giro d'affari, per oltre la metà sommerso: nella (ipotetica) classifica dei poli industriali italiani "allergici" a fatture e contributi previdenziali, il distretto cinese degli abiti low cost di Prato conquista senza fatica la posizione di testa, con almeno il 50% di attività che sfugge al fisco e il record di 25-30mila clandestini impegnati nella cucitura di magliette e fuseaux. Nella città toscana, gli imprenditori orientali hanno creato in pochi anni uno sconcertante "paradiso fiscale" con regole collaudate: tessuto di bassa qualità importato dalla Cina di contrabbando (e dunque senza pagare diritti doganali, dazi antidumping e Iva); cucito nei laboratori-dormitorio da migliaia di clandestini orientali senza diritti e (spesso) senza stipendio; e, nel giro di poche ore, trasformato in capi d'abbigliamento made in Italy, venduti a pochi euro e senza fatture a grossisti e ambulanti di mezza Europa.
Il sommerso è talmente dilagante da rendere difficile, ormai, la "lettura" dell'economia pratese sulla base dei dati ufficiali: basta pensare che nel 2009 il distretto pratese, secondo i dati Istat, ha esportato abbigliamento per 570 milioni, cioè per un valore inferiore a quello del 2001, quando però le aziende di abbigliamento erano duemila in meno delle attuali (oggi sono 4.300, al 90% cinesi).
Il sommerso dilagante nel distretto cinese è stato "certificato" negli ultimi mesi da alcune operazioni della Gdf. La prima, coordinata dalla Procura nazionale antimafia ha portato alla scoperta di cinque miliardi di euro riciclati da aziende cinesi negli ultimi quattro anni, e inviati in Cina grazie a una rete di agenzie di money transfer che aveva una delle sue basi logistiche a Prato.
La seconda operazione, condotta con l'Agenzia delle dogane, ha scoperto un'organizzazione criminale transnazionale messa in piedi da imprenditori orientali con la complicità di italiani, dedita al contrabbando di tessuti importati dalla Cina da un ventaglio di società-fantasma per conto di una trentina di aziende cinesi di abbigliamento di Prato, che poi proseguivano il ciclo di lavorazione senza registri né fatture, fino alla vendita dei capi finiti con l'etichetta made in Italy a prezzi imbattibili sui mercati di mezzo mondo.
L'ultima operazione, pochi giorni fa, ha messo in luce una maxi evasione da 300 milioni messa a segno in due anni da dieci società "cartiere" gestite da cinesi in Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Lombardia.
Quello di Prato è ormai l'emblema di un "regno" del sommerso sfuggito di mano alle istituzioni locali, nazionali e perfino al Governo cinese. Al punto tale che, dopo la visita (turbolenta) a Prato dell'ambasciatore cinese in Italia, Ding Wei, in autunno è attesa addirittura quella del primo ministro cinese, Hu Jintao.
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19/08/2010