Il difficile puzzle cinese

Il puzzle cinese ha confuso più di un analista. E non ci riferiamo tanto alla cattiva qualità dei dati statistici, quanto al fatto che la Cina è una prova vivente del "paradosso di Lucas": il premio Nobel dell'economia aveva osservato come i flussi di capitale dalle economie ricche a quelle povere fossero più bassi di quanto previsto dai modelli di crescita neoclassici. E nel caso della Cina, il segno addirittura si inverte: la Cina - paese povero - esporta capitali verso i paesi ricchi. Il grafico mostra come si è andata evolvendo la posizione sull'estero netta del sub-continente cinese. Da una posizione negativa (passività maggiori delle attività) fino al 2000, si è passati in pochi anni a una posizione attiva pari, a fine 2007, al 30,4% del Pil, e oggi certamente ben superiore. Quali sono stati i determinanti di questa rapida evoluzione, che ha portato la Cina al rango di secondo creditore mondiale (a poca distanza dal Giappone)? Due economisti della Banca dei regolamenti internazionali - Guonan Ma e Zhou Haiwen - hanno analizzato (in un Working Paper: China's evolving external wealth and rising creditor position) le cause di questi andamenti, e hanno individuato alcuni fattori attesi e altri inattesi. Fra i primi, la ricerca conferma la predizione neoclassica che un forte tasso di crescita attira afflussi di capitali dall'estero, ma questo effetto, che avrebbe dovuto portare a una posizione debitoria sull'estero, è stato più che controbilanciato dal sorprendente impatto di un fattore demografico.
La politica di "un figlio solo" seguita da molti anni in Cina ha ridotto il tasso di dipendenza (rapporto fra i bambini e gli adulti da cui dipendono) e ha permesso quindi un alto tasso di risparmio, riducendo la necessità di spendere per i figli. A sua volta, l'alto tasso di risparmio ha portato a una domanda interna che cresceva meno rapidamente dell'export, e il conseguente surplus del saldo corrente ha permesso un accumulo di riserve che sono state impiegate sull'estero.
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03/10/2009