Il Bangladesh chiude le fabbriche in rivolta

NEWS DELHI
Dopo gli scricchiolii avvertiti in Cina, il modello produttivo basato sull'impiego di manodopera asiatica a basso costo ha subìto ieri un altro colpo quando il principale distretto dell'abbigliamento del Bangladesh si è fermato per la crescente conflittualità tra imprese e lavoratori. Il blocco, giunto dopo tre giorni di scioperi, manifestazioni e incidenti tra dimostranti e polizia, è stato deciso dalla Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association, l'organizzazione che raccoglie gli imprenditori del settore, in seguito a una serie di proteste per l'innalzamento dello stipendio minimo.
Il distretto più colpito è quello di Ashulia, un centro a una trentina di chilometri a nord della capitale Dacca, dove hanno sede molte delle aziende che formano la spina dorsale dell'economia del Bangladesh e che servono i colossi del retail come Gap, Celio e H&M. Negli scontri tra lavoratori e reparti antisommossa sono rimaste ferite centinaia di persone, tra cui una ventina di poliziotti. Secondo Shafiul Islam Mohiuddin, vice-presidente dell'associazione dei produttori, le fabbriche vandalizzate dai manifestanti sarebbero una cinquantina e non ci sarebbero più le condizioni di sicurezza per continuare a operare. «In gioco c'è la nostra stessa sopravvivenza», ha spiegato Mohiuddin, annunciando la chiusura a tempo indeterminato dei circa 250 stabilimenti del distretto.
Le tensioni sindacali in Bangladesh giungono dopo che nei giorni scorsi una serie di scioperi nelle consociate cinesi di Honda e Toyota avevano segnalato la crescente insofferenza dei lavoratori per trattamenti salariali considerati inadeguati. I primi incidenti in Bangladesh si sono invece registrati sabato scorso quando circa 50mila dimostranti si sono scontrati con la polizia e sono proseguiti ieri quando migliaia di lavoratori hanno trovato i cancelli delle fabbriche chiusi.
I manifestanti chiedono che lo stipendio minimo venga innalzato a 5mila thaka mensili (58 euro) dagli attuali 1.662 (meno di 20 euro) una cifra pattuita tra governo, imprese e sindacati nel 2006. «Non arretreremo neppure di un centimetro», ha dichiarato al quotidiano economico Financial Express Idris Ali, un leader sindacale affiliato al locale partito comunista. «È tempo che chi lavora guadagni abbastanza per poter vivere dignitosamente».
Il tema dell'adeguatezza delle retribuzioni è sempre più sentito in Bangladesh, uno dei paesi più poveri del pianeta dove i salari, pur in presenza di un tasso d'inflazione superiore al 9%, restano tra i più bassi a livello mondiale. Nonostante stipendi inferiori a quelli cinesi, l'industria tessile del Bangladesh sconta un forte deficit di competitività, sia per i costi di trasporto più elevati sia per i grossi limiti infrastrutturali evidenziati dai frequenti black-out energetici.
Proprio l'incapacità del governo di garantire alle imprese i servizi più elementari ha consentito agli imprenditori del settore dell'abbigliamento, che da solo vale l'80% delle esportazioni e dà lavoro al 40% della manodopera industriale del Bangladesh, di non fare concessioni sul fronte salariale. Alcuni mesi fa un tentativo dell'esecutivo di innalzare lo stipendio minimo è fallito nonostante i primi a sollecitarlo fossero stati alcuni di quei clienti occidentali come Carrefour e Levi's che subodoravano il venir meno della coesione sociale all'interno degli stabilimenti.
La situazione di apparente stallo ha registrato una svolta nella tarda serata di ieri, quando c'è stato un ultimo incontro apparentemente risolutore tra industriali, governo, sindacati e forze dell'ordine. Il ministro del Lavoro Khandaker Mosharraf Hossain si è impegnato a rivedere entro la fine di luglio il salario minimo garantito, sindacati e lavoratori hanno assicurato lo stop alle agitazioni e alle violenze e gli imprenditori hanno quindi deciso di riaprire le fabbriche. Pronti a richiuderle in caso di nuove violenze.
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TERZISTI GLOBALI
Bassi salari
Per due giorni ci sono stati scioperi, manifestazioni e violenze nel distretto industriale di Ashulia, a una trentina di chilometri dalla capitale del Bangladesh Dacca. I lavoratori chiedono un aumento del salario minimo mensile da 20 a 58 euro. Gli industriali hanno deciso la chiusura di 250 aziende e solo ieri sera, dopo un incontro apparentemente risolutivo con governo e sindacati, hanno deciso di riaprire i cancelli delle fabbriche

23/06/2010