I sindacati: la Cina investe per rubare la nostra tecnologia

Colpa della recessione, anzi no: colpa dei cinesi. Per buona parte dell'opinione pubblica coreana, la società che (almeno finora) è stata la vittima di più alto profilo del crollo dei mercati avrebbe in realtà scontato un problema ancora più devastante: l'avere un padrone di Shanghai che, secondo l'accusa esplicita dei sindacati, è sempre stato interessato più che altro ad acquisire e trasferire tecnologie in patria. Ssangyong Motor, la più piccola casa sudcoreana (ma non per i modelli che produce, Suv e grandi berline), dal 9 gennaio è finita in amministrazione giudiziaria, dopo un 2008 in profondo rosso.
La Shanghai Automotive Industry (Saic) aveva acquisito nel 2004 il controllo del 51% dell'azienda, in quella che era stata celebrata come la joint più significativa dell'industria automobilistica cinese e un simbolo della sua ascesa internazionale (oltre che della crescente integrazione tra le due economie). Un matrimonio finito davanti al giudice come i divorzi più penosi. Un caso che diventa un monito a più ampio raggio: non si tratta del solito analista in sospetto di "China-bashing" che mette in guardia le società "occidentali" dal cercare partnership con i ricchi gruppi statali cinesi, ma di un esempio concreto di aspettative deluse tra vicini asiatici.
Un'anticipazione c'era già stata: nel 2003 la società elettronica Boe Technology Group aveva acquisito il produttore coreano di display Hydis, trasferendo tecnologia per costruire una fabbrica a Pechino e poi rifiutandosi di iniettare risorse fresche nella società acquisita. Risultato: la Hydis finì del 2006 in amministrazione controllata, risorgendo in seguito come l'ombra di se stessa sotto il controllo di una società di Taiwan. Secondo i sindacati della Ssangyong, il 9 gennaio dovrebbe essere ricordato come «il giorno in cui la Cina ha calpestato la Corea». Da quel giorno, comunque, i nuovi amministratori giudiziari coreani hanno qualche mese per cercare di salvare l'azienda, che a febbraio ha accusato un crollo del 70% delle vendite.
La Saic resta con azioni che ormai non valgono più niente, rispetto all'investimento iniziale di 510 milioni di dollari. Nel 2004 Ssangyong guadagnava altrettanto: dal punto di vista cinese, gli investimenti ulteriori avrebbero dovuto essere finanziati con gli stessi profitti conseguiti, che invece sono evaporati tra difficoltà di mercati e lunghi scioperi in azienda. La Saic ha ammesso alcuni trasferimenti di tecnologia come normali e remunerate conseguenze delle relazioni di business. E ha emesso in sostanza un suo monito all'esterno: nonostante il conclamato impegno verso l'apertura dell'economia coreana, a Seul non c'è un contesto davvero favorevole per gli investitori stranieri, verso i quali i pregiudizi rimangono. Se è così, certo questa vicenda non farà nulla per diminuirli.
S. Car.

10/03/2009