I segreti per investire in Cina

Cavalcare il Dragone, possibilmente senza esserne disarcionati. È l'obiettivo di diversi risparmiatori che guardano alla Cina, e alle sue Borse, come un'occasione d'investimento. Non c'è da stupirsi: il Pil cresce a tassi del 10% l'anno; Pechino ha conquistato il titolo di seconda economia mondiale e non mancano i maxi-collocamenti come l'Ipo da 22,1 miliardi di AgBank. Le suggestioni, insomma, sono notevoli. A ben vedere, però, la realtà è un po' diversa.
Certo, da inizio anno la Borsa di Shenzen ha perso solo il 4,9% e la vicina Hong Kong il 3,65 per cento. Ma il listino di Shanghai, vera cartina di tornasole dell'industria dagli occhi a mandorla, ha lasciato sul terreno oltre il 17 per cento. La prudenza, quindi, è d'obbligo. Anche perché investire oltre la Grande muraglia non è semplice.
L'investitore retail
Sui mercati domestici, Shenzen e Shanghai, l'investitore fa-da-te non ha, di fatto, accesso. Le piattaforme di trading online più sofisticate, da Fineco a Directa fino a Iwbank, non consentono di operare su quei listini. Né, in linea di massima, ci si può appoggiare al "borsino" delle banche.
Sia le azioni di classe A, cioè società cinesi quotate in renmimbi e destinate essenzialmente agli operatori locali, sia quelle di classe B, con meno limitazioni e scambiate in dollari, sono off-limits per gli stranieri. «A meno che - spiega Luca Boffa, gestore del fondo Anima emerging market equity - non si tratti di istituzionali che hanno acquisito il "patentino" di investitori qualificati. A questi viene accordata una quota, un ammontare massimo da investire direttamente o per conto dei loro clienti». Un riconoscimento concesso con procedure non così trasparenti: le pressioni lobbystiche fanno spesso la loro parte. Così come non è raro vedere le quote "investibili", destinate ai clienti, aumentare. Quando? Ma, ovviamente, quando i mercati calano...
Musica un po'diversa, invece, sulla Borsa di Hong Kong. Qui sono quotate le azioni H: società cinesi, spesso già scambiate a Shanghai o Shenzen, presenti anche sul listino dell'ex colonia britannica. «In questo caso - ricorda Boffa - si opera direttamente su un mercato che garantisce liquidità e, soprattutto, trasparenza».
Tra liquidità e trasparenza
Già la trasparenza. La Cina, si sa, è opaca sul fronte dell'informazione, sia macroeconomica sia finanziaria. La regolamentazione delle Borse domestiche («a differenza di Hong Kong dove c'è l'obbligo di reportistica e di comunicazione delle notizie price sensitive») spesso è lacunosa. Un rischio mercato cui si aggiungono ulteriori criticità: «La minore competenza degli operatori locali - spiega Boffa - crea forte volatilità aggiuntiva e maggiore correlazione tra i titoli: notizie importanti per un singolo settore spesso trascinano al rialzo o al ribasso l'intero listino». Senza dimenticare, poi, l'eccessiva sensibilità di Shenzen e Shanghai ai "sussulti" politico-economici interni alla Cina.
La strategia con i fondi
Se questo è il quadro d'insieme, quali le possibili strategie? Una è certamente quella di guardare ai fondi d'investimento "focalizzati" su azioni cinesi. Secondo il sito Morningstar, i prodotti aperti di questo tipo, anche domiciliati all'estero, ma disponibili in Italia sono diversi. Tra questi, il rendimento migliore da inizio anno (+15%) l'ha offerto Gam Star China equity: fondo domiciliato a Dublino, denominato in dollari, con un Ter (Total expense ratio) dell'1,6 per cento. Rispetto a simili prodotti, peraltro, non vanno scordate alcune cautele: fare attenzione ai costi occulti, sempre dietro l'angolo come insegna la polemica sul turn-over; ed essere sicuri della loro armonizzazione, per evitare la doppia imposizione fiscale.
Il ricorso agli Etf
Oltre ai fondi, ci sono anche gli Exchange traded fund (Etf). Questi prodotti, scambiati in Borsa, dovrebbero (almeno in teoria) replicare l'indice cui sono riferiti (il benchmark) con una gestione passiva. A Piazza Affari ce ne sono 7 sulla Cina. Le loro commissioni totali annue variano da un minimo di 0,550% a un massimo di 0,740%. Nessuno prevede fee di entrata, uscita o di performance e tutti sono armonizzati (cioè è applicata l'imposta sul capital gain del 12,5%). Va peraltro ricordato che gli Etf non replicano semplicemente gli indici di Borsa, bensì sono agganciati a panieri azionari attraverso formule che ne garantiscono il rendimento. «Una mancanza di esposizione diretta ai titoli - spiega Boffa - che può causare scostamenti dall'indice di riferimento» e, nuovamente, dar luogo a costi occulti.
Cinesi a Wall Street
Fin qui le Borse nel Far East. Tuttavia, si può scommettere sui titoli cinesi guardando altrove, magari a Wall Street. Al Nasdaq, per esempio, è quotato l'adr di Baidu, il motore di ricerca Internet che domina in Cina: da inizio anno ha guadagnato oltre il 97 per cento. Un'avvertenza è, però, dobbligo: la società ha sede legale alle Cayman. Conseguenza? Gli obblighi di comunicazione diminuiscono.
A tutto export
Un'altra via per agganciare la locomotiva cinese è, infine, quella «di guardare a società - ricorda Luca Ramponi, responsabile investimenti di Aureo gestioni Sgr - con un forte export sulla Cina. Un esempio? La tedesca Bmw». La società ha realizzato un profitto aggiuntivo per ogni auto venduta a Pechino di circa 30 euro: un bottino realizzato anche grazie al calo dello yuan verso il dollaro. E si sa: quando si guarda alla Cina, il tema del cambio è sempre fondamentale.
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23/08/2010