I rischi nascosti della ricca Cina

Si fa presto a dire che investire sulla Cina conviene. La litania è nota: l'economia di Pechino è in fortissima espansione; il paese trainerà la ripresa globale; i margini di crescita sono enormi. Tutto vero visto che, nonostante il recente raffreddamento indotto dalla riduzione della disponibilità dei prestiti bancari, il Pil dello stato asiatico nel secondo trimestre dell'anno è cresciuto del 10,3%. E che in prospettiva il "soft landing" auspicato dal governo cinese dovrebbe comunque consentire una crescita pari al 9%, secondo gli analisti di Barclays Cap.
Tuttavia, e qua iniziano le dolenti note, quello cinese è tutto tranne che un mercato azionario maturo. «Ci sono grosse perplessità che la crescita dei listini cinesi corra in parallelo con il potenziale economico del paese - dice Mario Spreafico, a capo degli investimenti di Schroders Private Banking -. In Cina è in corso una trasformazione da un'economia pianificata a una di mercato, che è ben lungi dall'essere completata. Per investirvi sopra bisogna essere ben consci dei rischi che si corrono».
Il primo allarme riguarda il rischio volatilità (si veda la prima tabella a lato). Molti degli investimenti che giungono in Cina arrivano dall'estero: una condizione che provoca ingenti afflussi e deflussi di denaro che non sempre sono correlati ai fondamentali dell'economia locale. L'effetto è di amplificare al rialzo o al ribasso i movimenti che gli indici possono prendere. La dimostrazione si è avuta nei mesi scorsi, quando l'allarme sui bond sovrani in Europa ha spinto gli investitori stranieri a smontare in fretta le posizioni. La conseguenza è che dall'inizio dell'anno l'indice di Shanghai ha perso quasi il 20% contro il -6% dell'europeo Stoxx 50 e il -0,5% dell'S&P 500. Peggio di Shanghai, per capirci, ha fatto soltanto la Borsa di Atene (-22%).
L'altra criticità riguarda la difficoltà operativa a investire sul mercato orientale. Acquistare direttamente azioni cinesi è possibile ma solo a patto di farlo tramite le Ads (American depositary shares) di emittenti cinesi quotate a Wall Street, ovvero colossi come Petrochina, China Mobile, Cnooc, Sinopec. L'accesso alle borse locali è invece consentito soltanto a soggetti istituzionali autorizzati (cosiddetti Qfii) che possono però trattare a determinate condizioni. «L'ingresso agli investitori istituzionali stranieri è permesso soltanto sulle cosiddette B-shares (trattate in dollari Usa a Shanghai e in dollari di Hong Kong a Shenzen, ndr), mentre le A-shares possono essere scambiate soltanto dagli investitori domestici», dice Antoaneta Zaharieva, gestore Emerging Markets Equity di Dws Investments.
L'alternativa? Acquistare quote di fondi azionari o Etf (Exchange traded fund) specializzati: entrambi gli strumenti hanno il merito di essere sufficientemente trasparenti, meno rischiosi rispetto all'investimento nel singolo titolo e facilmente smobilizzabili. Attenzione però ai rischi in agguato, soprattutto quando si acquistano gli Etf. È vero che sono poco costosi vista la replica "passiva" di un paniere di titoli sottostanti, ma è altrettanto vero che sono esposti ai movimenti delle valute in cui i panieri sono espressi. Dei sei Etf cinesi trattati in Italia, alcuni sono quotati in dollari americani, altri in dollari di Hong Kong: se la valuta in cui il sottostante dell'Etf è quotato si deprezza - come in questo periodo sta accadendo per il dollaro -, il valore dell'Etf ne risente. Con tanti saluti ai possibili guadagni.
luca.davi@ilsole24ore.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

31/07/2010