I nostri guai economici vengono da lontano

di Wolfgang Münchau
EDITORIALISTA FINANCIAL TIMES

Era ora: all'ordine del giorno al summit del G-20 hanno fatto la loro comparsa gli squilibri globali. Per un po' è quasi sembrato che i leader più potenti del mondo, assillati dalle piccolezze e dai dettagli delle regolamentazioni bancarie, si stessero per trasformare nell'ala politica del Comitato di Basilea. Siamo ancora lontanissimi dal poter affrontare in maniera efficiente le cause reali che hanno determinato la crisi, ma quanto meno finalmente si ammette a livello ufficiale che la crisi non implica unicamente vigilanza finanziaria e regolamentazione, ma ha radici ben più profonde nella politica macroeconomica globale.
Perché era necessario che ciò fosse inserito nell'ordine del giorno? Il motivo è presto detto: squilibri considerevoli e prolungati comportano flussi di capitale ancora più grandi, in grado di destabilizzare l'economia globale. Tenuto conto che le attuali eccedenze delle partite correnti denotano un eccesso di risparmi nazionali sugli investimenti, tale eccesso deve essere investito direttamente all'estero, oppure si accumula a livello interno sotto forma di riserve di valuta straniera, poi ri-immesse nei mercati finanziari globali. Senza squilibri eccessivi, la domanda di prodotti ai quali noi oggi ci riferiamo chiamandoli "asset tossici" sarebbe stata inferiore.
Non tutti hanno apposto la loro firma a questa idea. Probabilmente non deve stupire neppure che siano scettici in proposito i paesi che hanno da tempo eccedenze delle partite correnti. Angela Merkel, cancelliere tedesco, ha messo sul chi vive dichiarando che gli squilibri globali sono una questione "ersatz", che serviva unicamente a distogliere l'attenzione dal vero ordine del giorno, e presumo che con ciò volesse indicare la regolamentazione dei pagamenti dei bonus. Non cesserò mai di stupirmi per come la sua coalizione sia riuscita a contestualizzare questa complessa crisi finanziaria puramente in termini di avidità anglosassone: quando ci si attiene a una simile teoria di comodo non si ha certo voglia di rispondere a seccanti domande sugli squilibri.
Per risolvere con successo gli squilibri globali, è imprescindibile rispondere quanto meno a quattro domande. La prima è: in che misura gli squilibri globali si stanno auto-correggendo? L'idea di fondo è che a risolvere il problema basta e avanza che cambi il comportamento delle famiglie americane. Potrei anche essere d'accordo sul fatto che non si dovrebbe sottovalutare l'effetto dell'alleggerimento del debito nel settore privato statunitense, ma non sono così ottimista sulle possibilità che ciò possa essere sufficiente di per sé a risolvere il problema. I paesi che presentano ingenti eccedenze e deficit delle partite correnti hanno tutti problemi che devono essere affrontati e risolti con politiche adeguate. Se per risolvere le cose dovessimo fare affidamento soltanto sugli Stati Uniti - in concomitanza magari con una caduta del dollaro statunitense - potrebbero insorgere gravi problemi altrove. Per esempio, una correzione attuata soltanto dagli Usa potrebbe condurre a una disastrosa e sproporzionata ipercrescita del tasso di cambio dell'euro, specialmente qualora metà del pianeta decidesse di seguirne l'esempio. La risposta alla prima domanda, pertanto, è: «No, il problema non è del tutto auto-risolvibile, e nella misura in cui di sicuro non lo è ci serve un'agenda politica».
Il secondo interrogativo al quale occorre dare risposta è in che modo relazionarci con l'eurozona. Nel suo complesso l'eurozona ha un deficit contenuto, ma al suo interno e tra paese e paese si evidenziano forti squilibri. Un tempo ero solito credere che i singoli deficit nazionali delle partite correnti non avessero peso, ma la crisi ha dimostrato che i leader politici più che come un'autentica unione economica trattano l'eurozona semplicemente alla stregua di un'area di valuta comune formata da stati sovrani. Quando si sentono accusare di eccessive eccedenze delle partite correnti, i tedeschi invocano la protezione dell'eurozona, ma quando la crisi è esplosa la risposta politica non è stata coordinata: è stata nazionalistica. Al contrario, i francesi difendono a spron battuto il concetto di politica per l'eurozona, ma hanno silurato una comune rappresentanza esterna dell'eurozona al Fondo monetario internazionale insistendo di dover conservare il proprio seggio. Questa non è una posizione irreprensibile: finché gli europei continueranno a restare confusi, sarà meglio trattare gli squilibri come una faccenda che riguarda i singoli paesi, non le aree di valuta.
Il terzo interrogativo si riferisce all'azione politica che sarebbe più opportuno intraprendere e la risposta è che per adattarsi alle congiunture specifiche di ciascun Paese la soluzione dovrebbe essere su misura. La Cina, per esempio, con ogni probabilità non sarà in grado di ridurre la sua ingente eccedenza delle partite correnti senza rivalutare il renminbi. In Germania per incentivare la domanda interna il miglior strumento di macropolitica ad ampio spettro sarebbe un ragguardevole taglio fiscale. Nel Regno Unito, invece, per eliminare gli squilibri di bilancio sarebbe necessario prendere in considerazione anche forti tagli alla spesa pubblica, mentre la Spagna oltre all'aumento dell'Iva annunciato la settimana scorsa dovrà contemplare l'idea di aumentare le imposte. Senza una riforma del mercato del lavoro, in ogni caso, è improbabile che la Spagna riesca a riprendersi completamente nel lungo periodo.
Il quarto interrogativo riguarda le modalità da scegliere per vigilare su questo processo. Per quanto mi riguarda, sono scettico al riguardo delle proposte che vorrebbero imporre rigidi tetti agli squilibri attuali, specialmente se, come spesso accade, sono volute dal settore privato. È già abbastanza difficile per i governi prendere precisi impegni in relazione al settore privato, ma farlo per l'intera economia potrebbe essere un po' ambizioso.
Ho sentito parlare perfino della proposta di concordare una procedura di ammenda nel caso in cui tali tetti dovessero essere sforati: l'esperienza vissuta col patto di stabilità e di crescita europea - che ha fallito a fare proprio questo per i deficit del settore pubblico - dovrebbe servire da valido avvertimento. Regole e norme inflessibili, a prescindere dalle buone intenzioni, non risolveranno il problema. In ogni caso, il G-20 non ha legittimità a imporre politiche a coloro che non sono d'accordo, e ancor più a coloro che non ne fanno parte. Il meglio che possiamo auspicare, quindi, è che si instaurino una forma di vigilanza minuziosa e ufficiale da parte dell'opinione pubblica e una pressione da parte degli altri appartenenti al gruppo. Tenuto conto però che i membri del G-20 sono responsabili della parte del leone degli squilibri globali, per il momento sono proprio loro il giusto gruppo intergovernativo al quale far pervenire il problema al più alto livello politico. A Pittsburgh si è fatto un primo passo avanti.
munchau@eurointelligence.com
(Traduzione di Anna Bissanti)

01/10/2009