I manager Rio Tinto al processo: « Siamo colpevoli»

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La quinta colonna di Rio Tinto in Cina vuota il sacco. Pagammo delle mazzette per ottenere informazioni riservate sulle scelte strategiche dell'industria siderurgica cinese, hanno ammesso ieri i quattro manager della filiale di Shanghai del colosso minerario anglo australiano, arrestati l'estate scorsa e incriminati per corruzione e violazione di segreti commerciali.
Il primo giorno dell'attesissimo processo contro i dirigenti di Rio Tinto si apre con un clamoroso colpo di scena. Secondo quanto riferito da fonti australiane ammesse al dibattimento in corso al Tribunale di Shanghai (il giudizio si svolge a porte chiuse), Stern Hu e i suoi tre subordinati hanno riconosciuto gli addebiti a proprio carico. Il direttore della filiale cinese di Rio Tinto di nazionalità australiana ha però contestato l'ammontare delle tangenti così come ricostruito nell'indagine della magistratura cinese.
Ma questo è solo un dettaglio. La cosa importante è l'ammissione di colpa fatta ieri senza indugi dagli imputati. È importante sul piano politico, perché ciò significa che le accuse a carico del management shanghainese di Rio Tinto non erano delle fantasie di Pechino per vendicarsi del fallimento dell'operazione Chinalco-Rio Tinto.
Hu e i suoi tre collaboratori, infatti, furono arrestati giusto qualche settimana dopo che il gruppo angloaustraliano aveva detto no all'ingresso della società mineraria cinese nel suo azionariato, preferendo ai quattrini dei cinesi quelli del suo concorrente di sempre, Bhp Billiton. Il gran rifiuto di Canberra a Pechino aveva aperto una crisi diplomatica tra i due paesi. Questa strana coincidenza insinuò nell'opinione pubblica internazionale il dubbio di un complotto cinese contro Rio Tinto.
Ed è importante sul piano processuale perché la legge cinese attribuisce un valore particolare alle confessioni spontanee degli imputati. «In Cina l'ammissione di colpa è considerata come una sorta di inizio alla riabilitazione dal crimine, e quindi può spingere i giudici ad ammorbidire la pena», spiega un avvocato straniero. Il limite di questa impostazione giuridica, però, è che non è disciplinata dal codice penale, e dunque è rimessa totalmente alla discrezionalità della Corte. A fare le spese delle confessioni dei corruttori di Rio Tinto saranno sicuramente i corrotti cinesi, per i quali vista la gravità dei reati (spionaggio, violazione di segreti di stato) la giustizia del Dragone presumibilmente non farà sconti, ma anzi userà il pugno di ferro.
«Posso dire solo che rispetteremo le decisioni della magistratura cinese», ha detto il presidente esecutivo di Rio Tinto, Tom Albanese, che proprio ieri si trovava a Pechino per partecipare a un convegno organizzato dal governo cinese sulle partnership tra società cinesi e straniere. La presenza di Albanese nella capitale cinese (durante i lavori, il manager ha stretto la mano anche al premier Wen Jiabao) proprio nel giorno d'inizio del processo carica ancora di più di giallo la vicenda Rio Tinto.
L.Vin.
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23/03/2010