I LOVE SHOPPING

Roma e Firenze. Pisa e Venezia. Capri e Taormina. Nonostante le bellezze culturali e paesaggistiche di cui l'Italia può fare sfoggio – diciamolo pure: senza rivali al mondo – i crescenti flussi turistici dei cinesi verso l'Europa sono prevalentemente diretti in Francia, la destinazione top del Vecchio continente. Anzi, verso Parigi, spesso l'unica tappa in quel Paese dei viaggiatori che arrivano dalla Repubblica popolare, magari per la prima volta nella loro vita. Alla scoperta di nuove culture ma anche – per alcuni, forse, soprattutto – di emozioni legate allo shopping dei marchi più famosi.
Secondo la China tourism academy, nel 2011 i turisti cinesi hanno speso 55 miliardi di dollari all'estero, rispetto ai 48 miliardi del 2010, con una crescita del 14,6% destinata a rimpolparsi abbondantemente di anno in anno. Sempre secondo la Cta, sono 65 milioni i cinesi che nel 2011 hanno effettuato viaggi verso Paesi stranieri: una cifra nella quale, però, sono incluse anche destinazioni come Hong Kong, Macao e Taiwan, ai primi tre posti fra le tappe più popolari (anche perché limitrofe). Nel 2020 sono stimati balzare a quota cento milioni.
Un bottino appetitoso per i big brand francesi, italiani e americani. Anche se la fetta più grande della torta, in questo momento, è appunto riservata alla Francia dove, secondo Atout France, sono attesi un milione di turisti nel 2015. Il 60% del budget, sempre secondo Atout France, è rivolto proprio allo shopping, con una spesa media per persona di 1.200 euro per ciascun viaggio: in cima alla lista dei desideri, profumi, pelletteria e orologi.
«Per Francia, Italia, Gran Bretagna e Germania l'abilità nell'attrarre i turisti è essenziale», si legge in un recente report di Cheuvreux sui beni di lusso. «Il turismo – prosegue l'analisi – garantisce infatti un forte supporto alle economie mature e allo sviluppo dell'economicità dei mercati per i brand del lusso».
L'Italia non sta con le mani in mano, almeno per quanto riguarda le singole aziende: i big player del settore, ovviamente, fanno la parte del leone e, con l'appeal della creatività e della qualità del loro lavoro, riescono a calamitare gli acquisti dei turisti cinesi nei faraonici flagship store di qualsiasi Paese: in Italia come in Francia o in qualsiasi altra città i confortevoli pullman facciano tappa.
Secondo Global Blue, che monitora lo shopping dei cittadini extracomunitari in Italia (ma solo di quelli che fanno ricorso al tax refund), nel gennaio-febbraio 2011 i cinesi hanno rappresentato il 16% dello shopping di moda e lusso in Italia, presidiando il secondo posto dopo i turisti della Federazione russa, in testa con una quota del 35% del totale. L'incremento dello shopping dei cinesi è rilevante: +86% nel primo bimestre di quest'anno, con una spesa media di 975 euro (+9%), seconda soltanto in valore assoluto a quella dei "connazionali" di Hong Kong (1.048 euro).
Secondo il report "Stop, look, listen" di Hsbc, appena sfornato, «bisogna essere ancora cauti sulla domanda locale in Europa e confidenti su quella dei turisti, soprattutto asiatici, che pesa a seconda dei singoli brand dal 35 al 60% delle vendite nel Vecchio continente».
Certo una parte della crescita dipende dal ritmo frenetico di aperture di negozi: secondo Cheuvreux, «il punto di saturazione dei 450 negozi diretti è all'orizzonte per circa 130 brand», mentre il numero dei punti vendita totali – inclusi quindi quelli in franchising – è di 2.545 per il colosso Lvmh, di 1.534 per Richemont, di 801 per Ppr Luxury, di 593 per Salvatore Ferragamo e di 537 per Hugo Boss (dati 2010).
Il problema riguarda però chi non è un big, e non ha a disposizione i milioni e milioni di euro – anche molte decine ogni anno – da investire nella distribuzione, con il controllo diretto del retail, e nelle campagne pubblicitarie. La speranza va riposta negli shopping mall, anche quelli dislocati sull'enorme territorio della Repubblica popolare. Dove al pianoterra ci sono i powerful brand, ma a quelli superiori possono convivere i marchi made in Italy di chi si posiziona un po' (o molto) al di sotto.
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NEGOZI

I punti vendita di Salvatore Ferragamo tra diretti (338) e in franchising (280) stimati per fine 2012 da Hsbc. Saliranno a quota 668 alla fine del 2014 (di cui 368 diretti)


1.256

MILIONI

Fatturato (in sterline) stimato per fine 2012 nei negozi diretti di Burberry. Da sommare 474 milioni nel canale wholesale e 109 nelle licenze (fonte: Hsbc)


51

AVENUE MONTAIGNE

Nel nuovo flagship store Chanel 12 pezzi ispirati alla maison firmati da artisti contemporanei, tra cui una cascata delle celebri perle


+15,9%

VENDITE SU INTERNET

La crescita, fra 2012 e 2013, dell'Internet retailing in Italia, più lenta rispetto a Cina (+30,6%) India (+ 25,4), Russia (+20,6) e Brasile (+16,2) (dati Euromonitor International)



16/03/2012