I Bric all'attacco del re dollaro

Antonella Scott
MOSCA. Dal nostro inviato
Un giorno Ekaterinburg non sarà ricordata tanto per aver visto uccidere lo zar Nicola e la sua famiglia, né per essere - con il vecchio nome di Sverdlovsk - il luogo dove nacque Boris Eltsin: Ekaterinburg - ha detto ieri il presidente russo Dmitrij Medvedev ospitando nella capitale degli Urali ben due summit internazionali - «è l'epicentro della politica mondiale». Una politica, però, da cui è assente il mondo occidentale.
Vertice Sco la mattina, vertice Bric al pomeriggio. Il primo è il Gruppo di Shanghai, lavora per rafforzare la cooperazione economica e la sicurezza tra i paesi dell'Asia centrale: dunque Cina e Russia insieme a Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan. Bric invece è l'ormai famosissimo acronimo che raccoglie Brasile, Russia, India e Cina nel comune desiderio di cambiare la geografia commerciale e politica del mondo, di contare di più in una comunità internazionale in cui le economie emergenti più dinamiche soffrono la dipendenza dagli Stati Uniti, dal loro debito e dal dollaro, preoccupazione acutizzata dalla crisi finanziaria.
Il tema comune ai due vertici è stato dunque il desiderio di riformare l'ordine finanziario globale distribuendo i ruoli con maggiore equilibrio. Il desiderio, più che l'attuazione pratica. Quando a sera i leader dei Bric hanno tirato le conclusioni, dalla dichiarazione finale congiunta erano svaniti i riferimenti a una valuta di riserva sovranazionale, e il dollaro appariva di sfuggita nel documento. In un mondo in cui i quattro paesi, insieme, custodiscono 2.800 miliardi di riserve denominate per lo più in dollari per sostenere le rispettive valute, la campagna contro la moneta americana può diventare un boomerang: la Cina, da sola, conta 763,5 miliardi di dollari in titoli del Tesoro americano. E tuttavia, la dichiarazione auspica «un sistema monetario internazionale stabile, prevedibile e più diversificato»: abbastanza per innervosire il diretto interessato, che ha perso lo 0,4% del proprio valore contro l'euro finendo a 1,3840. Questo malgrado nei giorni scorsi fosse stato proprio il ministro delle Finanze russo, Aleksej Kudrin, a rilanciare il dollaro affermando che è troppo presto per parlare di valute di riserva.
Qualcuno nota delle dissonanze all'interno del Cremlino. «Il sistema valutario globale non può avere successo se gli strumenti finanziari sono denominati soltanto in una valuta», ha ripetuto ieri Medvedev agli ospiti: il premier indiano Manmohan Singh, il presidente cinese Hu Jintao, il presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva. La loro voce che chiede spazio rappresenta il 40% dell'economia mondiale, il 15% del Pil (rispetto al 7,5% di dieci anni fa). Ricollegandosi all'invito rivolto ai paesi del Gruppo di Shanghai in mattinata, Medvedev ha incoraggiato l'uso delle rispettive valute negli scambi commerciali mentre il suo consigliere economico, Arkadij Dvorkovich, ha auspicato l'ingresso di rublo e yuan nel basket di monete sulle quali il Fondo monetario internazionale costruisce la propria unità di conto, i diritti speciali di prelievo. La promozione delle valute regionali, aveva detto Dvorkovich, passa anche dall'impegno a investire una parte delle rispettive riserve in bond degli altri paesi Bric: ma anche questa possibilità non compare nelle conclusioni distribuite alla stampa.
Lo stesso Dvorkovich, del resto, aveva chiarito che «nessuno vuole rovinare il dollaro, compresi noi», auspicando un rafforzamento della moneta americana accanto alla creazione di nuove valute regionali di riserva. Una prudenza condivisa senza dubbio da Hu Jintao, che non ha neppure accennato al tema del dollaro e alla necessità di diluirne l'importanza.
Per la Cina, come per la Russia, il valore del vertice di Ekaterinburg non era tanto nelle iniziative concrete in campo finanziario, quanto nella sua dimensione politica. Il Gruppo di Shanghai, prima ancora dei Bric, è prioritario per Pechino per la proiezione che consente sull'Asia centrale e le sue risorse energetiche. Una delle iniziative più importanti della giornata è stato l'annuncio di uno stanziamento di 10 miliardi di dollari da parte della Cina a favore dei paesi della regione maggiormente in difficoltà. Paradossalmente, il rafforzamento dell'influenza cinese nell'area si scontra con i disegni analoghi della Russia, alleata nella Sco, nell'eterno gioco di alleanze e rivalità cui sono costrette le due grandi potenze asiatiche.
Jim O'Neill, il responsabile della ricerca di Goldman Sachs che nel 2001 coniò il termine Bric immaginando che i quattro paesi avrebbero superato le sei economie più avanzate nella prima metà del secolo, ritiene ora che la crisi possa anticipare il sorpasso dei Bric. I quali, per fare il punto sulla strada percorsa, si sono dati appuntamento tra un anno, in Brasile.
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LA SCHEDA


Jim O'Neill, l'inventore dei Bric

Acronimo fortunato
È forse la prima volta che un vertice politico nasce da un'invenzione di un economista. L'acronimo Bric (Brasile, Russia, India, Cina) è stato coniato infatti da Jim O'Neill (nella foto), capo della ricerca economica di Goldman Sachs. In uno studio del 2001 («Sognando con i Bric: il cammino di qui al 2050») O'Neill prevedeva che entro la metà del secolo i quattro avrebbero superato le maggiori economie avanzate. La banca d'affari non immaginava certo che i Bric sarebbero diventati un blocco politico capace di mettere in discussione la supremazia del dollaro e il dominio dei paesi occidentali nelle grandi organizzazioni internazionali

17/06/2009