Guerra Usa-Cina sui tubi d'acciaio

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Tra Cina e Stati Uniti scoppia una nuova battaglia commerciale. Questa volta a colpi di tubo. «La decisione americana ci preoccupa molto. Si tratta di una misura protezionista a tutti gli effetti, e noi siamo contrari al protezionismo», ha tuonato ieri il Governo cinese, replicando alla mossa con cui mercoledì sera Washington aveva introdotto una serie di dazi preliminari sulle importazioni di tubi in acciaio made in China.
Avendo ancora un carattere preliminare, il provvedimento antidumping varato dall'amministrazione Obama non sarà subito efficace, ma la sua applicazione è subordinata a un altro paio di passaggi legislativi. Ciò significa che, fino all'inizio del 2010, i tubi in acciaio prodotti dai colossi siderurgici del Dragone continueranno a entrare sul mercato americano senza dazi aggiuntivi. Dazi che, se il giro di vite imposto dal dipartimento del commercio Usa si tradurrà in pratica, si aggireranno in un ventaglio compreso tra l'11 e il 31 per cento.
Il giro d'affari potenzialmente colpito dall'offensiva antidumping statunitense ammonta a circa 2,6 miliardi di dollari. È questo, infatti, il totale dei tubi in acciaio esportati nel 2008 da Pechino sull'altra sponda del Pacifico. Si tratta di una cifra cospicua che, negli ultimi anni grazie all'aumento della domanda americana (i tubi made in China oggetto della discordia sono utilizzati prevalentemente nella costruzione degli oleodotti) e alla parallela crescita qualitativa della produzione cinese, è aumentata a ritmo vertiginoso (+200% tra il 2006 e il 2008).
Ma in America la prepotente invasione di tubi cinesi a basso costo ha finito per mandare su tutte le furie sia i produttori, sempre più incapaci di competere con i signori dell'acciaio cinesi; sia i sindacati, impotenti di fronte alla perdita di posti di lavoro nell'industria siderurgica nazionale. Così gli uni e gli altri hanno fatto fronte comune contro l'aggressione commerciale cinese, sostenendo che i grossi produttori siderurgici del Dragone sono in grado di offrire sul mercato internazionale i loro tubi in acciaio a prezzi stracciati solo perché sono sostenuti da generosi sussidi statali. Non contenti, i cinesi avrebbero anche venduto i loro prodotti sottocosto per sbaragliare i concorrenti e impadronirsi del mercato. Insomma, dumping puro.
Forti di queste argomentazioni, dopo un'attività di lobby durata mesi, i produttori siderurgici e i sindacati americani sono riusciti a convincere la Casa Bianca ad adottare la linea dura contro Pechino.
La battaglia appena aperta sui tubi in acciaio apre un nuovo fronte nella guerra commerciale tra le due superpotenze. Giusto qualche mese fa, gli Stati Uniti (insieme all'Europa) avevano inoltrato una protesta ufficiale all'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) contro le restrizioni operate dalla Cina all'esportazione di alcune proprie materie prime. E la Cina aveva subito contrattaccato, chiedendo alla stessa Wto di aprire un'indagine sul blocco alle importazioni di pollame cinese imposto anni fa dagli Stati Uniti.
Ma il dossier più scottante è quello dei pneumatici. Da anni, ormai, Washington lancia pesanti accuse di dumping contro i produttori cinesi. Ma ora potrebbe passare alle vie di fatto: la settimana prossima, l'amministrazione Obama dovrà decidere se intervenire con ritorsioni commerciali per arginare l'invasione inarrestabile di pneumatici made in China.
Intanto, il nuovo capitolo della guerra commerciale sino-americana mette le ali ai piedi in Borsa ai produttori siderurgici europei e americani: il gruppo italo-argentino Tenaris ha chiuso in rialzo del 2,37% a 11,24 euro, bene anche Us Steel (+2,20%) e Thyssen Krupp (+1,58%).
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11/09/2009