GUERRA DELLE VALUTE: APPUNTAMENTO A SHANGHAI

GUERRA DELLE VALUTE:  APPUNTAMENTO A SHANGHAI
Pechino, 16 ott. - Si scrive "Politiche macroprudenziali in Asia", ma  si legge "guerra delle valute": il Fondo Monetario Internazionale ha convocato per lunedì 18 ottobre una riunione straordinaria a Shanghai, alla quale prenderanno parte -  si legge nel comunicato - i banchieri centrali e "funzionari da Asia, Africa, Europa e Nord e Sud America".  Al di là del freddo linguaggio burocratico dell'FMI, la conferenza che sarà presieduta dal governatore della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan e dal direttore generale del Fondo Dominique Strauss-Kahn ha un obiettivo preciso: discutere del conflitto a colpi di svalutazioni competitive nel quale  diverse nazioni si fronteggiano da settimane, generando enormi tensioni su tutti i mercati internazionali. Al centro di tutto ci sono le pressioni esercitate da più parti, USA e Ue in prima fila, per spingere la Cina a un robusto apprezzamento dello yuan.

La valuta cinese è da mesi sul banco degli imputati: dal giugno scorso, quando la Banca centrale di Pechino ha acconsentito a una lieve oscillazione dopo quasi due anni di ancoraggio effettivo al dollaro, lo yuan si è rivalutato di poco più del 2.5%; decisamente troppo poco, per chi accusa il Dragone di manipolare artificialmente la sua moneta per mantenerla al di sotto del valore effettivo, e garantirsi così un vantaggio sleale negli scambi con l'estero talmente marcato da provocare enormi squilibri nell'economia mondiale. Nelle scorse settimane la sindrome si è diffusa a cerchi concentrici dalla Cina al resto dell'Asia e oltre: come tasselli di un domino uno dopo l'altro Giappone, Corea del Sud, Thailandia, India, Singapore, Taiwan, Brasile e finanche la Svizzera hanno attuato misure dirette o indirette per mantenere basso il tasso di scambio della loro moneta.  La retorica si è fatta via via più dura; a Washington la Camera dei Rappresentanti ha approvato una norma che potenzialmente può condurre all'applicazione di tariffe sull'import di beni cinesi; da Francoforte il presidente di Bundesbank Axel Weber ha dichiarato che in un conflitto valutario a tutto campo la Cina avrebbe "enormi responsabilità"; mentre da Brasilia il ministro delle Finanze carioca Guido Mantega diceva che la guerra delle valute, semplicemente, è già qui, e il  portavoce del ministero del Commercio cinese Yao Jian ammoniva a non fare dello yuan il capro espiatorio dei problemi interni americani.

Tutti contro Pechino? Tutti contro tutti, in realtà; e se da tempo il premier Wen Jiabao ammonisce che un apprezzamento repentino causerebbe enormi ripercussioni interne, licenziamenti e chiusura di stabilimenti industriali,  con la convocazione del vertice straordinario FMI molti nodi potrebbero finalmente venire al pettine.  A Washington, il Segretario del Tesoro Timothy Geithner ha bloccato ieri un rapporto che potrebbe accusare ufficialmente la Cina di manipolazione di valuta, scatenando una spirale di ritorsioni commerciali; probabilmente una mossa attendista per vedere cosa emergerà dal vertice di Shanghai. A Pechino, venerdì, si è aperto il Plenum della Commissione Centrale del Partito Comunista Cinese, che dovrà decidere tra le altre cose le linee economiche del prossimo piano quinquennale. Ore cruciali di trattative, insomma, che a Shanghai potrebbero convergere in ulteriori scontri o in accordi come quelli di Plaza e del Louvre della seconda metà degli anni '80, e persino in una nuova rivalutazione dello yuan. Da lunedì il sistema monetario internazionale potrebbe subire nuovi, drammatici sconvolgimenti.

 

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