Gucci, incassi record in Cina

Paola Bottelli
SHANGHAI. Dal nostro inviato
Prendete Xian, la patria dei celebri guerrieri di terracotta, dove prima del taglio del nastro si è formata una lunga coda notturna in perfetto stile Harry Potter. Oppure Wuhan, capitale della Provincia di Hubei, mille chilometri da Pechino e altrettanti da Shanghai: è la Laser city, come l'hanno battezzata i cinesi, orgogliosi di questa metropoli da quasi 9 milioni di abitanti carica di know how tecnologico. Ebbene, nei primi tre giorni di apertura del negozio Gucci l'incasso ha sfiorato 250mila euro. «Non male per una città che gran parte degli occidentali non ha mai sentito nominare» dice l'amministratore delegato Patrizio Di Marco, 48 anni compiuti ieri a Shanghai, dove è arrivato con il direttore creativo, Frida Giannini, 36 anni (a cui si deve il concept del negozio), per inaugurare il più grande flagship store del marchio fiorentino in Cina: 1.600 metri quadrati su due piani nel Golden Eagle Center, a due passi dal "cuore" dello shopping di lusso. Il totale dei negozi a gestione diretta nell'Asia-Pacifico salirà così a 28 (ma saranno 30 entro fine anno) in 17 città, proiettando l'area al vertice mondiale con 75 punti vendita rispetto ai 72 europei.
Del resto, per gli analisti della moda e del lusso la Repubblica popolare è una sorta di Bengodi, ma anche di ultima spiaggia per i big player alle prese con i consumatori americani ed europei (per non parlare dei giapponesi) sempre riottosi allo shopping. Qui, nonostante le difficoltà nel mantenimento dei livelli occupazionali e nel real estate, da inizio anno l'indice Csi 300 della Borsa di Shanghai si è impennato del 37%, portando una nuova ventata di ottimismo.
«Nel primo trimestre 2009 - aggiunge Di Marco - abbiamo realizzato in Cina ricavi per 96 milioni di euro, in aumento del 16% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, con un'incidenza cresciuta dal 15 al 17% sul totale del fatturato. Se tutto filerà liscio, l'obiettivo dei 400 milioni per il 2009 dovrebbe essere a portata di mano, inclusi i consumi nelle aree limitrofe come Hong Kong, Singapore e Macao, dove stiamo per inaugurare un negozio».
Nel mirino della Gucci, che l'anno scorso ha fatturato 2,2 miliardi di euro, e ovviamente dei principali competitor, non ci sono soltanto quei 415mila individui ad alto reddito che movimentano in larga parte vendite al dettaglio di beni di lusso per 4,5 miliardi di euro all'anno. La caccia è infatti partita anche nei confronti di quell'impressionante numero di residenti che iniziano a muoversi all'interno della nazione per motivi turistici e sono intenzionati a conquistare lo status symbol del logo, acquistando brand italiani e francesi: secondo la National Tourism Administration of the People's Republic of China, 612 milioni di cinesi residenti nelle aree urbane sono andati a visitare almeno per un giorno una città più grande, con un aumento del 66,3% rispetto all'anno precedente.
«Nei nostri negozi della Repubblica popolare - aggiunge Di Marco, "coadiuvato" da Mimi Tang, Ceo Asia Pacific di Gucci Group - si vendono le sneakers e le tracolle con il logo, consumo aspirazionale che accosta il cliente al marchio, ma anche le Bamboo bag in coccodrillo. Qui chi gestisce il portafoglio è ancora l'uomo, che acquista per sé e per le signore, visto che molte giovani non hanno ancora un reddito adeguato. Per questo motivo a Shanghai, insieme con borse e valigie, al pianoterra c'è l'abbigliamento maschile: l'età dei nostri clienti maschi va dai 20 ai 50 anni, quella delle donne da 25 a 55. Li accudiamo con cura particolare e, soprattutto, senza prevenzioni di sorta: da queste parti non si può mai sapere quanti soldi hanno in tasca le persone!».
Per Shanghai il raggiungimento del breakeven è previsto entro i 18 mesi. «Come per tutti i nostri negozi nel mondo, che dopo un anno e mezzo svoltano direttamente nella redditività: non c'è spazio per il retail in perdita» conclude Di Marco.
E Frida? Per il suo debutto in Cina, la stilista - che qui lancia il bauletto Shanghai Dragon in edizione limitata - ha preferito evitare la sfilata. «Ai cinesi piacciono gli eventi pirotecnici - spiega - ma ora è il momento del basso profilo: quindi, cocktail per 250 vip e cena per 120. Meglio concentrare le risorse sui valori reali, come il nostro made in Italy, un plus per i consumatori di tutto il mondo. E che sarà la nostra forza nel futuro».
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06/06/2009