GOOGLE, LA NUOVA "COMPAGNIA DELLE INDIE"

GOOGLE, LA NUOVA  "COMPAGNIA DELLE INDIE"

Pechino, 09 mar. - "Oggi, la Cina non rimarrà in disparte lasciando che una nuova Compagnia delle Indie ripeta gli eventi della storia". Si chiude così l'editoriale che dal 4 marzo, uscito sul People's Daily Online, si è propagato in tutti i principali portali  della rete cinese – da Sina a QQ passando per Xinhuanet – e che rappresenta l'ultimo attacco allo spauracchio Google. Stati Uniti come l'Impero Britannico, Google come la Compagnia delle Indie: 150 anni sembrano non essere bastati per fare pace con l'inizio del tracollo imperiale cinese, ferita aperta nell'orgoglio mandarino che, riattualizzata di tanto in tanto, è capace ancora oggi di risvegliare gli istinti più nazionalisti dei cinesi.

 

L'articolo, firmato da Zheng Yan per la versione online del quotidiano del Partito comunista e tradotto in inglese dal China Media Project, paragona gli Stati Uniti e all'Impero Britannico delle Guerre dell'Oppio, che a cavallo tra la prima e la seconda metà dell'Ottocento aprirono di fatto l'Impero Cinese all'invasione commerciale – e non solo -  straniera.

 

In sintesi, all'inizio del XIX secolo, l'Impero Britannico imperversava in mezzo mondo, utilizzando abilmente le risorse delle sue colonie per stabilire un'egemonia commerciale mondiale: l'Inghilterra, tramite la Compagnia delle Indie Orientali, aveva instaurato un sistema commerciale globale molto vantaggioso, basato su esportazioni di prodotti mentre le casse di Londra si arricchivano di argento.

 

Ma la Cina non aveva bisogno delle merci inglesi, così  la bilancia commerciale pendeva decisamente dalla parte dell'Imperatore Yongzheng, grazie alla forte richiesta di prodotti esotici (té e seta su tutti) che caratterizzava la classe abbiente britannica: la soluzione inglese fu quella di spingere le esportazioni di oppio, creando nel giro di pochi anni una dipendenza di massa della popolazione cinese, così che a fronte di una richiesta esponenziale di oppiacei – monopolizzati dall'Impero Britannico grazie alle colonie del subcontinente indiano – un editto imperiale cinese ne proibì presto il commercio in tutto il territorio. Editto o non editto, il mercato nero imperversava, la tossicodipendenza era ormai epidemica e l'Impero Britannico colse l'occasione per dichiarare guerra all'Impero cinese. Dal 1839, inizio della Prima Guerra dell'Oppio, per la Cina si aprì una stagione di instabilità e caos che portò alla penetrazione europea, alla caduta dell'Impero e fondazione della Repubblica, guerre sino-giapponesi e guerre civili che si conclusero solo 120 anni dopo, quando Mao Zedong proclamò la nascita della Repubblica Popolare.

 

Questo breve excursus storico rende ben chiara la portata della gravità, agli occhi del lettore cinese, di paragonare Google alla Compagnia delle Indie, sostanzialmente indicando nel colosso di Mountain View il possibile grimaldello per scardinare l'integrità della Nuova Cina, per farla ripiombare nel baratro proprio ora, durante la sua nuova epoca d'oro.

 

Portando gli esempi degli interventi di Google, Facebook e Twitter nelle recenti rivolte del Mediterraneo, chiaramente in modo parziale e strumentale alla propria tesi, Zheng Yan accusa gli Stati Uniti di utilizzare i suoi colossi di internet per perseguire un'egemonia mondiale a stelle e strisce, facendo leva sul monopolio del traffico di informazioni su internet.

 

Mentre l'Impero Cinese agì troppo tardi per bloccare la diffusione di oppio nel suo territorio, oggi la Cina non si è fatta cogliere impreparata, alzando le barricate virtuali utili per contrastare le informazioni oppiacee – false, che distraggono l'opinione pubblica, secondo il governo – provenienti dall'estero. Per mantenere a freno l'esterofilia consumistica, la voglia di cinguettare sul web usando un client occidentale o accedere ad un social network globale come Facebook, i surrogati cinesi sono stati incentivati e supportati dalle autorità nazionali, come insegna proprio l'esperienza di Google, in Cina relegato ad una fetta di mercato ridicola rispetto al motore di ricerca cinese Baidu. L'imperativo è soddisfare il popolo e mantenere la stabilità, senza abbassare la guardia davanti all'accerchiamento mediatico che Pechino in queste settimane, come altre volte nel passato recente, sente soffiare sul collo.

 

Ma la Cina di oggi ha ben altro spirito rispetto alla dinastia Qing piegatasi ai diavoli stranieri. Sotto i colpi dell'Occidente, Pechino non si limita ad incassare, ma mostra la faccia più arrogante del nazionalismo senza paura, forte di un'opinione pubblica largamente dalla parte del Partito e di una bilancia commerciale a dir poco vantaggiosa.

 

Non c'è oppio o gelsomini che tengano: nonostante la politica di riforma ed apertura, la Cina per certi versi sembra sempre più impenetrabile.

 

di Matteo Miavaldi

 

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