GMAIL REGISTRA INTERFERENZE CINESI

GMAIL REGISTRA INTERFERENZE CINESI

Roma, 21 mar.- Servizio di posta elettronica Gmail non disponibile per gli utenti cinesi: nessun errore tecnico, dietro il malfunzionamento della casella si nasconde, ancora una volta, il governo cinese. E' quanto sostiene Google che accusa la Cina di interferenza nel servizio di posta elettronica del motore di ricerca statunitense. Le infiltrazioni, sostengono alcuni analisti, rappresenterebbero l'ultima mossa delle  autorità cinesi per interrompere il tam tam sul web che ha promosso alcune emulazioni cinesi delle rivolte dei gelsomini tunisine (questo articolo). Secondo la compagnia di Mountain View, negli ultimi mesi sono aumentati in modo massiccio casi di reclami di utenti e pubblicitari che dichiarano di avere problemi con Gmail. In particolare, gli utenti spiegano di non riuscire a inviare messaggi, a selezionarli come "non letti" o a utilizzare altri servizi. Non solo. All'indomani del terremoto che ha distrutto il nord est del Giappone, il motore di ricerca americano ha creato una nuova applicazione che aiuta le persone a ritrovare parenti e amici dispersi, ma nel Regno di Mezzo il funzionamento del servizio è compromesso. "Abbiamo effettuato controlli accurati, ma non abbiamo rilevato alcun problema tecnico – fanno sapere da Mountain View –. Siamo di fronte a un blocco guidato dal governo cinese e realizzato in modo tale da fare pensare che il malfunzionamento dipenda da Gmail". Dall'ambasciata cinese a Washington ancora nessun commento riguardo l'accusa scagliata da Google.

 

Intanto gli esperti assicurano che il Dragone sta raggiungendo livelli di sofisticazione sempre più elevati: "Alla luce di ciò che sta accadendo in Medio Oriente, non credo che la Cina voglia rendere palese il suo lavoro di sabotaggio" – sostiene un dirigente, esperto di internet che ha chiesto di restare anonimo. E il fatto che l'ultimo attacco sia stato scambiato per un temporaneo problema interno della casella e-mail  è la prova evidente di quanto sia diventata la mano della censura cinese agisca in modo sofisticato". Un controllo diventato ancora più serrato in seguito alle recenti proteste dei gelsomini "made in China" che hanno fatto alzare il livello di guardia delle autorità, decise a troncare sul nascere eventuali imitazioni delle sollevazioni maghrebine pro-democrazia. Lo stesso presidente Hu Jintao ha dichiarato che al fine di prevenire disordini sociali, è necessario rafforzare i controlli sul web, teatro del passaparola tra attivisti e 'rivoluzionari'.

 

Un'ulteriore stretta quindi al già efficiente sistema di monitoraggio soprannominato "Grande Muraglia di Fuoco". Questo filtro – lanciato nel 1998 e costato solo all'avvio più di 650 milioni di euro – si avvale sia di sofisticati software che bloccano automaticamente parole chiave, sia di una sezione della polizia che controlla continuamente la rete, composta – si dice – da almeno 40mila poliziotti. Il controllo è particolarmente penetrante su tutti i siti che agevolano scambi di opinioni e informazioni: social network come YouTube, Facebook, Flickr, Twitter risultano completamente bloccati dopo i sanguinosi scontri etnici del luglio scorso nello Xinjiang, la provincia dell'estremo ovest della Cina abitata dagli uiguri, una minoranza turcofona e islamica.

 

La guerra cibernetica tra Google e il Dragone sembra dunque arricchirsi di un nuovo episodio. La compagnia  di Mountain View è presente in Cina dal 2005, ma il rapporto tra il motore di ricerca e il gigante asiatico è sempre stato altalenante per via del bavaglio imposto dal governo cinese. Lo scorso marzo, dopo aver dichiarato di essere stato vittima di un attacco informatico (questo articolo) – che Wikileaks assicura essere stato diretto da due membri del Politburo (questo articolo), Google aveva dirottato le sue operazioni su Google.com.hk sbloccando di fatto i contenuti sgraditi al governo di Pechino (questo articolo). Un tentativo inutile in quanto la censura che Google si rifiuta di esercitare fu prontamente reintrodotta dai filtri governativi che resero inaccessibili le pagine incriminate. La schiarita arrivò poi a luglio con il rinnovo della licenza di ICP di Google da parte di Pechino. Ma gli scontri continuano: solo due mesi fa il colosso americano ha denunciato diversi attacchi provenienti dalla Cina e diretti verso gli account di posta elettronica Gmail di alcuni attivisti per i diritti umani cinesi.

 

Secondo i cable di Wikileaks, quello tra il governo cinese e il web è un rapporto di odio e amore. Se da una parte le autorità si dimostrano entusiaste per la mole di  informazioni che riescono a ottenere della rete, dall'altro lato vedono internet come una seria minaccia all'ordine della nazione e alla stabilità del governo. Lo sa bene Julian Assange che di recente ha dichiarato che la Cina è l'unico nemico di Wikileaks (questo articolo). Ma oltre alla censura, il governo ha trovato una nuova soluzione: è Panguso, un motore di  ricerca tutto cinese lanciato il mese scorso e nato da una joint venture tra l'agenzia di stampa Xinhua e il colosso della telefonia China Mobile. E Panguso sembra già funzionare in modo impeccabile: digitando le parole "Nobel" e "Liu Xiaobo" si ottengono zero risultati.

 

di Sonia Montrella

 

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